Numero ancora chiuso, ma allargato: posti aumentati del 20%, domande più attinenti ai programmi. E magari anche una sperimentazione rivoluzionaria, che selezioni gli studenti con gli esami e non con le crocette. L’accesso a Medicina sta per cambiare: non come avrebbero voluto M5S e Lega, è solo un primo passo verso un futuro più o meno lontano senza test d’ingresso. “Si abolisce il numero chiuso nelle facoltà di Medicina, permettendo a tutti di accedere agli studi”: il 15 ottobre scorso il Consiglio dei ministri annunciava la svolta impossibile. Una clamorosa gaffe di Palazzo Chigi, subito smentita dal Ministero dell’Istruzione: sei mesi dopo, alle porte di un nuovo anno accademico, il test si farà ancora. Proprio in questi giorni il ministero dell’Istruzione sta per ufficializzare le date, a quanto trapela, nella prima settimana di settembre. Chi pensava di poterlo abolire con due righe a tarda notte non conosce la dura realtà delle università italiane, fatta di carenza di personale e aule insufficienti. Resta però la volontà del governo gialloverde di superarlo, così qualcosa si sta muovendo.

Già da subito: il prossimo anno verrà chiesto agli atenei di portare la capienza al massimo delle proprie possibilità. Significa che a settembre dovrebbero esserci più posti rispetto ai 9.800 del 2018: circa 12 mila, forse più (14-15 mila). Inoltre per accontentare gli studenti sarà un po’ modificata l’impostazione dei quiz: meno logica, più cultura generale su biologia e chimica. A questo si accompagna l’aumento delle borse di specializzazione, già previsto in manovra (circa 900 in più, erano 6.900), visto che il vero problema è l’imbuto al momento della specializzazione, per cui già oggi non c’è posto per tutti i laureati. È solo un palliativo, però, a fronte di circa 70 mila candidati. Il governo studia il da farsi, presenta svariati disegni di legge, tra la Lega che abolirebbe il test tout court e il M5s che pensa a forme di selezioni alternative. Da sempre il riferimento è la Francia: iscrizioni libere ma sbarramento feroce alla fine del primo anno, a cui sopravvive il 10% degli studenti, con una competitività esasperata fra ragazzi che alla lunga è stata criticata (al punto che adesso Oltralpe vogliono rivederla). Ecco allora che per l’Italia la soluzione potrebbe essere il modello non francese, ma ferrarese.

L’università del rettore Giorgio Zauli propone di passare dal numero chiuso all’esaurimento posti: iscrizioni a sportello, aperte a tutti fino al massimo della capienza. A fine primo semestre gli studenti sostengono tre esami, fisica medica, biologia-istologia e anatomia 1, con test digitalizzati per eliminare ogni soggettività. Tutti quelli con la media superiore al 27 confermano l’iscrizione a Medicina, gli altri si vedono convalidati i crediti in altre facoltà scientifiche, senza perdere nulla. Il vantaggio è chiaro: per soli sei mesi gli atenei possono ospitare un numero molto maggiore di studenti, che invece diventa insostenibile con l’avanzare dei corsi e i tirocini in laboratorio e in reparto. Così, ad esempio, Ferrara passerebbe da 180 a 600 posti. Con la prospettiva però di tornare a quota 200-250 dopo la scrematura e sfornare un numero comunque contenuto di laureati. Ci sono anche delle incognite: immaginate le file per le iscrizioni, la gente accampata davanti alla segretarie per accaparrarsi gli ultimi posti.

Dettagli da affinare. A Ferrara vogliono partire subito, a settembre, ma serve l’autorizzazione ministeriale: il dossier è sul tavolo del ministro Bussetti. La volontà politica c’è, lo dimostra il parere favorevole della Commissione cultura. La sperimentazione (che interessa pure altri atenei, come il San Raffaele di Milano o Pisa, non per l’immediato) però deve essere a prova di ricorsi: il verdetto arriverà nei prossimi mesi, con i decreti sul riparto posti. In parallelo proseguono i lavori sulla riforma organica. Il modello ferrarese potrebbe esserne la base, con qualche accorgimento: si ragiona sull’apertura delle iscrizioni a tutti e selezione alla fine del primo anno (e non del primo semestre); con un test nazionale a cui accedono gli studenti che hanno sostenuto un numero minimo di esami (indipendentemente dal voto), con superamento “a soglia” (passano tutti quelli che raggiungono un punteggio minimo). “Il nostro obiettivo è rivedere un modello datato che non seleziona i migliori”, spiega Manuel Tuzi, deputato M5s. Ma quella in cantiere è una riforma molto più ampia: la proposta di legge partirà dall’alternanza scuola-lavoro (per un orientamento a monte più efficace), passerà dalla riorganizzazione dei corsi scientifici in un troncone unico iniziale che permetta di accogliere più studenti e arriverà fino alla revisione delle scuole di specializzazione (criteri di accreditamento, contratto, ruolo). È il futuro che ha in mente il governo. Quando e se ci si arriverà non si sa. Per questo sono in tanti ad essere curiosi se il modello ferrarese può davvero funzionare.

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