La ministra M5s per il Sud Barbara Lezzi non verrà giudicata nel processo in cui è accusata di diffamazione: il giudice di pace della sezione penale di Bari ha infatti accolto la richiesta di insindacabilità avanzata dai legali della parlamentare del Movimento 5 stelle. Lezzi era stata accusata da un attivista salentino del Movimento, Massimo Potenza, per alcune dichiarazioni fatte in un incontro politico nel 2016.

A renderlo noto è la stessa Lezzi, che precisa che “insindacabilità è altra cosa rispetto all’immunità parlamentare“, spiegando che le è stata concessa “perché è stato riconosciuto che avevo espresso opinioni a carattere politico, e non riferite alla condotta privata del querelante, in occasione di una riunione a porte chiuse, alla quale partecipavano attivisti e portavoce del Movimento 5 Stelle, incentrata sul giudizio-graticola di alcune potenziali candidature politiche”. La ministra ha quindi chiuso: “Il giudizio da me espresso allora faceva tra l’altro seguito a una denuncia per diffamazione che avevo rivolto nei confronti dello stesso querelante, dovuta a un suo post pubblicato su Facebook rivolto alla mia persona, che avevo ritenuto sessista e lesivo. Concludo precisando che il giudice della Corte di Bari stesso ha deciso di non chiedere alle Camere l’autorizzazione a procedere con il giudizio nei miei confronti proprio perché le mie opinioni sono state espresse in un contesto politico e avevano valenza legata all’oggetto dell’incontro”.

L’insindacabilità parlamentare, prevista dall’articolo 68 della Costituzione, rientra tra le immunità parlamentari e prevede che il parlamentare non può essere chiamato a rispondere giuridicamente dei voti dati e delle opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni. Gli appartenenti al Movimento 5 stelle si sono sempre detti contrari alle immunità parlamentari, ma non è la prima volta che fanno ricorso all’insindacabilità. A dicembre 2017, il gip di Roma ha archiviato la querela di alcuni giornalisti contro Di Maio, proprio appellandosi all’art.68 della Costituzione. In quel caso il capo politico M5s venne contestato per non aver rinunciato spontaneamente all’immunità. Un anno prima, a luglio 2016, al centro delle polemiche era finito il senatore M5s Mario Michele Giarrusso che aveva chiesto l’immunità per evitare un processo per diffamazione e aveva poi fatto un passo indietro dopo essere stato travolto dalle polemiche. In quel caso era stato poi il Senato a votare perché fosse giudicato.

 

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