Ce l’hanno fatta le ragazze mondiali ad entrare nelle case degli italiani: trasmesse in diretta sulle reti Rai (contro il Brasile per la prima volta sulla prima rete), seguite sui social, fotografate e intervistate compulsivamente sui giornali, le giocatrici di Milena Bertolini sono ormai parte dell’immaginario sportivo italiano. Oggi alle 18 contro la Cina a Montpellier si giocano il passaggio ai quarti, per eguagliare il loro miglior risultato di sempre. Ma oltre all’attenzione dei media, quello che le calciatrici italiane – e anche molte straniere – chiedono è di ottenere uno status contrattuale e sportivo di alto livello, chiedono cioè di diventare atlete professioniste. E mai come adesso il momento sembra propizio, politica permettendo.

Il primo a metterci la faccia è stato il numero 1 della Figc, Gabriele Gravina, che al termine della sfida della nazionale contro la Giamaica, vinta dalle italiane con un rotondo 5-0, ha annunciato: “È ora di riconoscere il professionismo alle ragazze del calcio che giustamente lo rivendicano. Il calcio femminile – ha aggiunto – ha conquistato il cuore degli italiani e si è meritato questo provvedimento”. Gli ha fatto eco Simone Valente, sottosegretario cinquestelle alla Presidenza del Consiglio dei ministri, con delega ai Rapporti con il Parlamento e alla democrazia diretta, che spiega come “la grande ondata di entusiasmo che sta suscitando il calcio femminile dimostri definitivamente la crescita inarrestabile del settore. C’è una legge che è in vigore dal 1981 che riconosce il professionismo, basta solamente applicarla anche alle donne. Non serve una legge ad hoc”.

La norma in questione è la contestatissima legge 91 del 1981 che delega al Coni e alle singole Federazioni l’onere di decidere quali siano le discipline da considerare professionistiche. Si tratta delle federazioni di calcio, basket, golf e ciclismo che sono autorizzate dalla legge a stipulare dei contratti veri e propri con gli sportivi che ne fanno parte, con le tutele di tipo contributivo e sanitario, in caso di malattia o infortunio, che spettano a ogni lavoratore. Anche se nel testo della norma non c’è distinzione di genere, questo regime – nei fatti – non è stato mai esteso alle donne: ciò vuol dire che nessuna sportiva italiana, non solo le calciatrici, è per lo Stato un’atleta professionista. Non Federica Pellegrini (nuoto), non Paola Egonu (pallavolo), non Elisa Di Francisca (scherma). Il successo e i titoli sportivi non bastano a considerarle lavoratrici dello sport, atlete che svolgono a tempo pieno la loro attività.

La politica sta cercando di intervenire, rivedendo i principi cardine che ispirano la legge 91: “Questa settimana andrà in Aula alla Camera dei deputati il nostro disegno di legge delega. Nell’articolo 4 per la prima volta si individua il lavoratore sportivo, figura che intende superare a lungo termine la distinzione tra professionisti e dilettanti – spiega a ilfattoquotidiano.it Valente, impegnato nel portare avanti le “Deleghe al Governo e altre disposizioni in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive nonché di semplificazione” – Chi lavora nello sport (sia esso atleta, tecnico o dirigente) come attività economica prevalente, è un lavoratore a tutti gli effetti e deve avere riconosciuti tutti i diritti del caso. Questo discorso si lega al tema della parità di genere perché se passa il principio, si applicherà a maschi e femmine“.

A febbraio al Ministero del Lavoro si è riunito un tavolo a cui hanno preso parte le leghe sportive principali, le rappresentanze degli atleti, i sindacati e la Confcommercio. Fuori almeno nella prima fase le federazioni, che finora non hanno attuato al meglio la legge 91. Tra i partecipanti anche Assist, Associazione Nazionale Atlete, che da sempre lotta per il riconoscimento dei diritti delle sportive: “Bisogna aiutare le società – spiega Luisa Rizzitelli, la presidente – a far emergere il falso dilettantismo. Ma evitiamo delle formule ibride: le regole devono valere non solo per le calciatrici ma per tutte le atlete, indipendentemente dal movimento economico che genera la singola disciplina”.

La proposta emendativa che approderà in Aula prevede delle agevolazioni fiscali: “Puntiamo alla sostenibilità: non veniamo dalla luna, conosciamo la situazione economica del mondo dilettantistico [il tetto per lo stipendio è di 30mila euro a stagione, nda] – spiega il sottosegretario Valente – Vogliamo spingere le federazioni a destinare più risorse e a cercare investimenti privati, lo Stato farà la sua parte ma è il mondo sportivo che deve dare un segnale“. Sembra d’accordo il presidente della Fgic Gravina quando ricorda di una proposta “fatta in tempi non sospetti” basata su “un credito d’imposta da reinvestire”.

Al momento le sportive hanno a disposizione un fondo maternità, il cui via libera è arrivato lo scorso anno sotto la gestione dell’ex ministro Luca Lotti. Fino a quel momento neanche un diritto universale come questo era tutelato. “Certo, è stata una boccata d’ossigeno per le atlete – conferma Valente – ma è uno stanziamento non strutturale, non sappiamo se basterà a coprire tutte le richieste che arriveranno”. A proposito di Lotti, la scorsa settimana ha suscitato polemiche la bocciatura in Commissione Cultura di un emendamento proprio alla legge delega in discussione a firma dei dem Rossi, Boschi, Ascani e lo stesso Lotti. Nel testo si proponeva il riconoscimento diretto del professionismo per le calciatrici senza passare per una riforma quadro: “Il sogno delle campionesse e di tutte le donne italiane che amano il calcio si infrange sul muro gialloverde“, scriveva Andrea Rossi sui social.

https://www.facebook.com/AndreaRossiPD/photos/a.352888748202831/1241790972645933/?type=3&theater

Per Valente è stato un atto “chiaramente strumentale e inutile. Se avessero voluto riconoscere il professionismo femminile, le Federazioni avrebbero già potuto farlo con la legge dell’81. Bisogna conoscere la normativa in vigore e capire il percorso che si può fare”. Che si scelga una strada piuttosto che l’altra, le atlete chiedono di fare in fretta. I tempi per l’iter del ddl dovrebbero essere relativamente brevi (si parla di 6 mesi), ma poi ci sarà tutta la partita dei decreti attuativi da definire. Certo, i Mondiali di calcio femminili sono un assist formidabile per il movimento ma chissà se una volta calata l’attenzione sulla manifestazione la politica si ricorderà di Bonansea e compagne.

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