Non più solo tutela dei diritti del lavoro. Per il settore del food delivery si apre anche il fronte del rispetto della privacy. Su una delle aziende principali, Deliveroo, il Garante per la protezione dei dati personali ha infatti aperto un’istruttoria e mercoledì ha inviato gli uomini della guardia di finanza per una serie di verifiche nella sede italiana, in via Carlo Bo a Milano. Un’ispezione che la società, contattata da ilfattoquotidiano.it, si limita a confermare: “Tali richieste sono di routine, in particolare per le aziende tecnologiche, e siamo felici di collaborare in ogni modo”. Riserbo anche dall’authority, che non fornisce i dettagli dell’operazione. Sulla vicenda interviene invece il collettivo di rider Deliverance Milano, che accusa la direzione centrale di Deliveroo, basata a Londra, di avere mandato “una comunicazione ai propri dipendenti in cui intimava a tutti di collaborare con l’autorità giudiziaria, rammentandogli però l’accordo di riservatezza che sul contratto avevano firmato al momento dell’assunzione, chiedendo in pratica di non divulgare informazioni che potessero ledere gli interessi e l’immagine della società”.

Per le piattaforme come Deliveroo la privacy investe due diversi aspetti: la gestione del rapporto di lavoro attraverso un’app che segue in continuazione il lavoratore e il trattamento della miriade di dati in arrivo dai clienti che attraverso la medesima app ordinano cibo. Tema, quest’ultimo, venuto alla ribalta due mesi fa, quando in occasione del 25 aprile Deliverance Milano, che da tempo si batte per ottenere migliori condizioni contrattuali per i rider, aveva pubblicato la lista di alcuni vip accusati di non dare mance. Una provocazione giocata proprio sulla “liberazione dei dati”, come spiegato allora dal collettivo su Facebook: “Queste piattaforme, come sfruttano noi lavoratori senza farsi alcuno scrupolo, sfruttano anche voi, speculando e vendendo i vostri dati. Questo è il lato oscuro della gig economy: si produce valore in tutti i modi possibili, dal servizio di vendita del prodotto al trasporto a domicilio delle merci, fino alla mappatura dei dati, alla loro analisi e alla loro compravendita”.

Assodelivery, associazione che oltre a Deliveroo rappresenta Glovo, Just Eat, Social Food e UberEats, aveva reagito parlando di “minacce neanche troppo velate e violazione della privacy dei clienti”. E ancora sul tema della privacy si era concentrata la controreplica di Deliverance Milano: “Abbiamo contribuito con la nostra provocazione a gettare luce sul lato oscuro dell’economia digitale 2.0, cercando di far riflettere su come in realtà queste aziende generino gran parte dei propri introiti attraverso un enorme giro d’affari che si basa sulla profilazione dei nostri dati, prodotti in quanto utenti, da clienti e da lavoratori, entrambi in misura differente sfruttati dal modello di business dal capitalismo delle piattaforme”. Ora è arrivato il momento delle verifiche di fiamme gialle e garante.

Twitter @gigi_gno

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Istat: “C’è il 65% di probabilità che il pil nel secondo trimestre torni a calare”

prev
Articolo Successivo

Scontrino elettronico, al via l’1 luglio. Cosa cambia per commercianti e clienti

next