L’11 giugno del 1984 moriva Enrico Berlinguer, il leader della sinistra comunista più amato dall’ordine del discorso oggi imperante. Ritengo che Berlinguer sia un momento decisivo della metamorfosi kafkiana della sinistra, che l’ha condotta dall’immenso Antonio Gramsci a Matteo Renzi. Si tratta di un vero piano inclinato, che ha condotto le sinistre a ridefinirsi come ciò contro cui Gramsci combattè per l’intera sua esistenza. Le sinistre fucsia e arcobaleno, traditrici di Karl Marx e del progetto anticapitalistico, sono divenute, di fatto, la più o meno articolata coerentizzazione delle maniere per mantenersi a distanza di sicurezza dal popolo e antitetici rispetto agli interessi materiali dei lavoratori.

Dalla lotta contro il capitale, le sinistre erano venute aderendo alla lotta per il capitale, riconfigurandosi esse stesse come partiti glamour e individualisti, culturalmente libertari, politicamente antistatalisti e privatisti, economicamente liberisti e competitivisti, geopoliticamente atlantisti: “mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della Nato”, aveva già improvvidamente sentenziato Enrico Berlinguer nel 1976, rivelando l’ormai pressoché integrale adesione delle sinistre demofobiche – alla stregua delle destre – all’ordine della mondializzazione americano-centrica e, in quel contesto, antisovietica.

La figura di Berlinguer, in effetti, costituisce uno snodo decisivo nel processo metamorfico della sinistra marxista e della sua normalizzazione liberista e atlantista quale si sarebbe, in ultimo, realizzata dopo il 1989 nella new left fucsia, priva di coscienza infelice degli alfieri dell’Unione europea.

Palmiro Togliatti aveva gramscianamente rivendicato la sovranità nazionale come base dell’internazionalismo e della “via nazionale al comunismo” (opponendosi con eguale forza alla Nato e ai progetti di integrazione europea). Egli, inoltre, aveva chiara coscienza del conflitto strutturale tra capitale e lavoro. Dal canto suo, Berlinguer abbandonò il riferimento dei comunisti alla sovranità nazionale, optando per la via dell’eurocomunismo e dell’apertura cosmopolitica (ben più che internazionalistica), ma poi anche per la subalternità della nazione italiana alla monarchia del dollaro (“l’ombrello della Nato”).

Berlinguer poneva, in tal guisa, le basi per la successiva ridefinizione della sinistra come forza di sostegno dell’Unione europea e di quella openness cosmopolitica che era, de facto, l’ordine simbolico proprio della classe dominante e che, nell’immaginario della new left, avrebbe rioccupato integralmente lo spazio un tempo occupato dalla lotta di classe e dal tema del lavoro. Inoltre, alla questione sociale del conflitto tra capitale e lavoro, Berlinguer sostituì sciaguratamente la “questione morale”, che non soltanto nulla aveva di marxista in sé (essendo, per il marxismo, intrinsecamente corrotta la società del capitale, quali che siano le condotte morali dei singoli agenti); di più, finiva per aprire la strada, suo malgrado, tanto all’antikeynesismo che avrebbe successivamente contraddistinto il quadrante sinistro come nuova forza privilegiata del liberismo dopo il 1989, quanto allo smarrimento, da parte delle sinistre, di ogni riferimento alla questione socio-economica e al connesso conflitto di classe.

Questi ultimi erano ora sostituiti, appunto, da una questione morale che presupponeva l’accettazione della società capitalistica (vuoi come intrascendibile, vuoi come intrinsecamente ottima, vuoi, ancora, come comunque migliore rispetto a ogni alternativa possibile) e, insieme, la condanna di singoli comportamenti individuali riprovevoli nel suo orizzonte. Il transito dalla questione sociale alla “questione morale” resta, in effetti, una delle privilegiate chiavi d’accesso per decriptare la metamorfosi kafkiana delle sinistre come nuove forze organiche alla classe dominante e al suo progetto cosmopolitico.

Era questo, de facto, il nuovo orizzonte valoriale e culturale del Partito democratico della Sinistra (Pds), il quale dissolveva in via definitiva nel neoliberismo quel Pci che, dal suo glorioso cominciamento anticapitalistico gramsciano, già con Berlinguer aveva intrapreso la propria esiziale mutazione in senso liberale, libertario e liberista. Il prodotto terminale di questa parabola si sarebbe manifestato, dopo il 1989, con il fenomeno dell’antiberlusconismo delle sinistre ultracapitalistiche: le quali, avendo obliato la questione sociale e avendo introiettato l’orizzonte capitalistico come destinalità fatale, si sarebbero opposte alla “immoralità” e alla “corruzione” del cavaliere Silvio Berlusconi, dirottando l’attenzione dalla contraddizione classista socio-economica alla contraddizione individuale morale.

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