Tobacco endgame, il movimento antitabagista formato dalle principali società scientifiche italiane di sanità pubblica, ha chiesto un parere sulla liceità delle sponsorizzazioni dei congressi medici da parte dell’industria del tabacco in una lettera aperta del 20 maggio indirizzata al ministro della Salute Giulia Grillo e ai rappresentanti di altri enti pubblici interessati (come l’Istituto superiore di sanità e l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). “L’incontro tra medici difensori della salute e multinazionali del tabacco – scrivono gli esperti dell’alleanza Tobacco endgame – i cui profitti derivano dalla promozione e dalla vendita di prodotti nocivi per la salute, è giustificato sul piano della salute pubblica? Sul piano legale? E sul piano dell’etica medica?”.

Il riferimento è a una serie di congressi di specialisti nelle varie branche della medicina, dai cardiologi ai dentisti, che negli ultimi anni hanno visto la partecipazione di Philip Morris e British American Tobacco in qualità di sponsor o partner. Con stand espositivi e relatori seduti al tavolo. Come quello della Fadoi (la federazione delle associazioni degli internisti ospedalieri) di maggio. O, nel 2018, quello della Siapav (società italiana di angiologia e patologia vascolare), della Sidco (società italiana di chirurgia odontostomatologia), della Sitox (società italiana di tossicologia), dell’Andi (associazione nazionale dentisti italiani). O quello nel 2017 della Siprec (società italiana per la prevenzione cardiovascolare). 

Philip Morris (che in tutto nel 2018, come la stessa società conferma, ha partecipato a 25 convegni di medici) risulta essere anche tra i principali finanziatori dell’ultima edizione del Festival della scienza medica di Bologna, in cui si è discusso tra le altre cose dei prodotti alternativi per i fumatori, che non vogliono smettere, come le sigarette elettroniche che riscaldano cartucce di tabacco, senza bruciarlo: le Iqos per intenderci, novità del colosso americano. Tutte partecipazioni in chiaro, rivendica l’azienda: “Dietro il pagamento di una quota stabilita dagli organizzatori, è prevista la possibilità di partecipare presentando i risultati della propria ricerca scientifica. La partecipazione a questi convegni è orientata al confronto aperto e trasparente, basato su evidenze scientifiche, con gli studiosi del settore, a prescindere dalla loro opinione sul tema della riduzione del danno”. Ma “può essere la sponsorizzazione da parte dell’industria del tabacco priva di interessi commerciali?” domanda provocatoriamente la lettera di Tobacco Endgame.

Sulla legittimità di queste partecipazioni il movimento scrive che “esistono seri dubbi”, sottolineando che la Convenzione quadro dell’Oms per la lotta al tabagismo del 2003, all’articolo 5.3, “prevede la protezione delle politiche per la salute dalle pressioni dell’industria del tabacco che non dovrebbe avere voce in capitolo nella loro definizione”. Non solo. Esisterebbe anche un problema di etica medica. “L’articolo 57 del Codice di deontologia medica prevede il divieto di patrocinio a fini commerciali, cioè a dire che – si spiega nella lettera – il medico singolo o componente di associazioni scientifiche o professionali non concede patrocinio a forme di pubblicità promozionali finalizzate a favorire la commercializzazione di prodotti sanitari o di qualsivoglia altra natura”. L’azienda, al contrario, sostiene che la sua partecipazione è finalizzata al “solo scopo di divulgare la scienza sviluppata da PMI Science”.

Vieni quindi chiamata in causa la Fnomceo (la federazione degli ordini dei medici). “Lo scopo delle aziende è ottenere credibilità scientifica e spingere il prodotto sul mercato” dichiara Silvano Galllus, responsabile del laboratorio di Epidemiologia degli stili di vita dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, e uno dei firmatari del documento. Lo scorso ottobre lo stesso Istituto milanese aveva promosso un manifesto sull’indipendenza della ricerca medica dalle compagnie del tabacco, richiamando l’attenzione in particolare sul pericolo di ingerenze in sedi di dibattito scientifico. E oggi lo hanno sottoscritto un’ottantina tra scienziati, società scientifiche e Ircss. “Abbiamo deciso di rifiutare tutti gli inviti ai convegni organizzati dalle industrie sul tema della riduzione del danno delle nuove sigarette – scandisce Gallus – è un grave errore accettare compromessi con i produttori perché il loro obiettivo non è la salute pubblica ma fare degli utili con il tabacco. Se veramente volessero salvare vite umane basterebbe che rinunciassero a vendere i loro prodotti”.

La Philip Morris sostiene che il vapore generato dalla sigaretta a tabacco riscaldato (Iqos) riduca in media del 90-95 per cento i livelli delle sostanze tossiche rispetto al fumo della sigarette tradizionale, che prevede un processo di combustione. La stessa Food and drug administration (Fda), l’ente governativo americano che regola il commercio dei prodotti farmaceutici, il 30 aprile ha autorizzato le vendite di Iqos negli Stati Uniti ritenendo che può diminuire il problema di salute pubblica. Tobacco Endgame però chiede nella lettera se sia possibile giustificare la strategia di riduzione del danno. “La verità è che c’è ben poca differenza tra bruciare il tabacco a 900 gradi, come avviene nelle sigarette classiche, e riscaldarlo a 350 gradi perché comunque si tratta sempre di tabacco – è la critica di Giacomo Mangiaracina della Società italiana di tabaccologia, anche lui firmatario della missiva -. Mentre nelle e-cig con ricarica liquida il livello di nicotina può essere scalato fino a zero, eliminando la dipendenza, se lo stick è di tabacco si mantiene fidelizzato il consumatore”. Mangiaracina supplica di tenere alla larga i pazienti con malattie polmonari o cardiologiche da questi prodotti “alternativi” e da eventuali messaggi subliminali. “L’associazione dei pazienti di bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva, ndr) – fa un esempio il medico – ha pubblicato sul suo sito web un sondaggio in cui compare anche il tabacco riscaldato nell’elenco dei prodotti che l’utente può spuntare come risposta. Un modo che potrebbe indirettamente spingere l’utente a consumarlo. Andrebbe invece promossa l’astinenza totale da tabacco, soprattutto per chi ha malattie gravi”. Gallus suggerisce di aumentare l’accisa di un euro a pacchetto per finanziare misure di cessazione del fumo: “Così il prezzo salirebbe da cinque a 6,39 euro che in un anno farebbe vendere 360 milioni di pacchetti in meno, cioè più di sette miliardi di sigarette in meno, e farebbe entrare nelle casse dello Stato 2,2 miliardi di euro in più, tenuto conto della diminuzione delle vendite”. 

In attesa che i più alti organi della sanità prendano una posizione, a fare un po’ di chiarezza ci pensa l’Airc, l’associazione italiana per la ricerca contro il cancro, con un articolo pubblicato qualche giorno fa sul suo portale. Essendo il contenuto di nicotina nelle sigarette a riscaldamento del tabacco simile a quello delle sigarette normali, dichiara l’Airc, “è ragionevole affermare, come fa la maggior parte degli esperti indipendenti, che il loro utilizzo crei dipendenza quanto la sigaretta comune mentre è possibile che il loro impatto sia minore per quanto riguarda il fumo passivo”. Quindi le nuove sigarette non sono utili per smettere di fumare. E poi, fanno presente gli oncologi, non si può dire neanche che riducano il cancro rispetto a quelle classiche visto che non ci sono ancora studi disponibili in grado di dimostrarlo.

Intanto alcune società scientifiche hanno fatto mea culpa. Massimo Volpe, cardiologo e presidente della Siprec, si pente così: “All’epoca la sigaretta che non brucia ci sembrava un’opzione per ridurre le malattie cardiovascolari. Ma ora ne prendiamo le distanze perché contrasta con le strategie di prevenzione. Ci siamo accorti di una comunicazione prettamente commerciale del prodotto non supportata da dati scientifici sufficienti a garantire benefici per la salute”. Anche la Sitox, ci fa sapere l’ex presidente Patrizia Hrelia (professore di Tossicologia all’Università di Bologna), ha deciso di non ospitare mai più un produttore di tabacco ai suoi convegni. “Sono stata io ad accettare un confronto con i ricercatori della Philip Morris e per me non c’era niente di male – spiega la tossicologa – anzi. Serve per giungere a una valutazione più imparziale. Nessun ente pubblico purtroppo finanzia studi sul tabacco a parte le aziende produttrici. Noi abbiamo l’esigenza di studiare cosa viene immesso sul mercato. Al momento non si conoscono ancora gli effetti sulla salute del tabacco riscaldato rispetto a quelli della vecchia sigaretta perché mancano gli studi clinici sull’uomo”.