Mentre a qualcuno non è ancora chiara la differenza tra meteo e clima, tanto da mettere in contrapposizione il freddo mese di maggio appena trascorso con l’allarme della comunità scientifica sul riscaldamento globale, ieri i movimenti ambientalisti hanno riempito di significato concreto la Giornata mondiale dell’ambiente: una causa legale contro lo Stato italiano per la colpevole inerzia o la scarsa efficacia delle politiche ambientali che, al di là dei governi susseguitisi, hanno caratterizzato l’azione del nostro Paese nella lotta al cambiamento climatico.

Nel mancato rispetto di quanto stabilito negli accordi di Parigi sul clima, anche il nostro Paese è ben lontano dal mettere in pratica gli sforzi necessari a evitare il fatidico aumento di 1,5°C delle temperature medie che porterebbe l’ecosistema al collasso e l’umanità a rischiare l’estinzione di massa per autodistruzione. L’annuncio dei movimenti ambientalisti arriva all’indomani della denuncia di David Boyd, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani e l’ambiente: “l’inquinamento è responsabile della morte prematura di sette milioni di persone ogni anno. Non assicurare un’aria pura costituisce una violazione dei diritti umani”. Il diritto a un ambiente sano è riconosciuto in ben 150 Stati e, se The Lancet ha definito il cambiamento climatico “emergenza sanitaria globale”, è chiaro che ci sono tutte le basi per una causa che darà filo da torcere all’avvocatura dello Stato.

Le preoccupazioni dell’opinione pubblica per le sorti del pianeta sono sempre più evidenti, così come l’assenza di risposte concrete da parte della politica: ecco perché i movimenti chiedono la condanna dello Stato italiano per la “violazione del diritto umano al clima”.

L’atto di citazione in giudizio sarà depositato in autunno. Il movimento per la giustizia climatica si doterà così, anche in Italia, di uno strumento già messo in campo in ben 25 Paesi in cui lo Stato è stato portato in tribunale insieme alle imprese e a progetti fortemente impattanti sul clima. La causa sarà sostenuta da una campagna di mobilitazione dal nome evocativo: Giudizio Universale. Per ovvi motivi, nulla è ancora noto rispetto alla strategia legale che gli avvocati metteranno in campo.

Se i dati sull’impatto sanitario del cambiamento climatico parlano chiaro, ci vuole poco a ricordare che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo riconosciuto dall’art. 32 della Costituzione. Per questa via la giurisprudenza si è già espressa rispetto alla salubrità dell’ambiente quale requisito fondamentale per godere del diritto alla salute. Così come è facile ricordare che la Costituzione antepone, alla libertà di iniziativa economica privata, la necessità che essa non si svolga “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla dignità umana”, assicurando dunque che l’attività di impresa non possa avvenire in contrasto con la “funzione sociale”.

Alla luce di tutto ciò, il solo annuncio di una causa climatica pone dubbi rispetto all’agire dello Stato e delle istituzioni, sempre solerti a schierarsi dalla parte di imprese e grandi infrastrutture, anche quando queste si pongono in antitesi rispetto al diritto di vivere in un ambiente sano. Avete mai sentito, ad esempio, posizioni di governo nettamente favorevoli allo stop assoluto all’estrazione di fonti fossili? Eppure, qual è la funzione sociale di aziende che puntano a estrarre petrolio scarso qualitativamente e quantitativamente come quello italiano, in un contesto che vede le energie fossili additate tra i principali responsabili del cambiamento climatico che sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità? Impossibile mettere al bando i combustibili fossili? Il Costa Rica lo ha fatto.

E cosa dire, ad esempio, sul caso Ilva? Possibile che nulla si possa pretendere in giudizio contro uno Stato che, su una questione connessa alla salute dei suoi cittadini, si presenta dando per attuate misure di contenimento delle emissioni che mai hanno ottenuto i risultati promessi?

L’elenco potrebbe essere lunghissimo. La causa climatica può essere già interpretata come un richiamo all’ordine rispetto alla serietà necessaria per prendere impegni che vadano ben oltre i proclami. Un’azione governativa che persegua l’interesse della collettività e, in nome di questo, sia capace di porsi anche in contrasto con il lucro dei colossi industriali.

I passi da fare però non sono solo in tribunale. Se da un lato c’è uno Stato colpevole di sciatteria climalterante, dall’altro c’è una società che ha solo iniziato il suo atto di rinuncia a un modello economico lineare, basato sull’estrazione e il consumo di risorse e che identifica lo sviluppo con la crescita illimitata del Pil. La sfida non è dunque solo giuridica ma culturale, e da questo punto di vista il banco di prova sarà la reale adesione alla campagna di mobilitazione a sostegno del lavoro degli avvocati e delle associazioni. È la sfida più interclassista e globale che si possa immaginare: invertire la rotta di un modello di produzione e consumo che in nome del denaro e del benessere ha oltrepassato i limiti ecologici del pianeta, consumando più di quanto quest’ultimo sia in grado di rigenerare, in nome di una ricchezza iniquamente distribuita ma anche di un’iniqua distribuzione dei costi ambientali dello sviluppo. In gioco è il futuro dell’umanità.