Mancanza di energia o spossatezza, isolamento dal lavoro o sensazioni di negatività, diminuzione dell’efficacia professionale. Sono questi alcuni elementi che possono essere segnali di burnout, ovvero stress da lavoro o da disoccupazione. Una condizione che l’Organizzazione mondiale della sanità, dopo decenni di studi, ha deciso di riconoscere come sindrome, fornendo anche direttive ai medici per diagnosticarla. Inizialmente l’agenzia speciale delle Nazioni Unite aveva lasciato intendere che si trattasse invece di una malattia dopo averlo inserito erroneamente per la prima vota nel relativo elenco. Poi ha aggiustato il tiro e ha specificato che resta un fenomeno occupazionale (stress da lavoro) per il quale si può cercare una cura. Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974.

L’Oms ha anche specificato che prima di diagnosticare qualcuno di burnout occorre anche escludere altri disturbi che presentano sintomi simili come il disturbo dell’adattamento, l’ansia o la depressione. Inoltre il burnout è una condizione che si riferisce solo ad un contesto lavorativo e non può essere estesa anche ad altre area della vita. Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger con un articolo scientifico pubblicato nel 1974, tuttavia parlava di una sindrome che si riferiva principalmente a professioni cosiddette di aiuto come quelle di infermieri e dottori ed estesa poi più in generale a persone chi si occupano di assistenza o che entrano continuamente in contatto con altre che vivono stati di disagio o sofferenza.

Oggi, secondo l’Istituto Nazionale della Salute americano, chiunque può soffrire di burnout, dalla celebrity alla casalinga passando per le persone in carriera agli impiegati sovraccaricati di lavoro mentre secondo l’ultimo sondaggio di Gallup, in Usa un impiegato su quattro ha a che fare con il burnout sempre o spesso e un altro 44% dice di sentirsi burnout a volte. L’Oms non ha tuttavia stabilito quali sono le cure per trattare i pazienti che ne sono affetti. Si tratta comunque di un passo in avanti soprattutto per quelle società, come quella americana, dove la cultura corporate spinge i propri impiegati verso i limiti per massimizzare la produttività.

In Italia proprio in questi giorni si parla dell’aumento dei suicidi nelle forze di polizia, 21 solo nei primi cinque mesi del 2019. Daniele Tissone, segretario generale del Silp Cgil, intervenuto ad a un convegno sul tema a Firenze ha detto che tra le cause dell’aumento dei suicidi c’è il burnout. Sugli agenti pesano turni pesanti e l’impegno crescente di fronte alle nuove esigenze della sicurezza collettiva. “Si opera con organici sempre più ridotti”, ha sottolineato sempre Tissone.