di Giuliano Bastianello*

Al prossimo DigEat 2019 (il 30 maggio al Teatro Eliseo di Roma) si tratterà della “reale condizione del digitale in Italia” con riferimento alle Pubbliche amministrazioni, le cosiddette Pa, che sono ben lontane da ricevere benefici concreti in termini di semplificazione e trasparenza. Il lato oscuro del digitale nelle nostre Pa si chiama “formato Pdf”, ovvero l’illusione che gli atti pubblici salvati e pubblicati in Pdf siano atti “digitali”.

Nulla di più errato, purtroppo. Le delibere e le determinazioni dirigenziali sono ancora pensate e scritte secondo impostazioni risalenti al Regno d’Italia (Testo unico Regio decreto legge comunale e provinciale del 1934!), anche se vengono registrate e pubblicate sui siti dei Comuni, appunto, in formato Pdf. Nell’epoca del web e di Twitter, dove si spendono pochi secondi per cogliere una notizia, il “dispositivo” di una delibera, ossia il succo della decisione prese dall’Ente, anziché stare in poche righe facilmente individuabili e leggibili anche con un dispositivo mobile sta “spalmato” in almeno 4-6 pagine, escludendo allegati. Gli atti deliberativi restano, pertanto, impossibili da “capire” perché basati su premesse normative e regolamentari e atti collegati (i ben noti “visto, visto, visto…”) che, se va bene, devono essere rintracciati nei siti delle varie Amministrazioni o nelle fonti normative.

Insomma un modo arcaico di concepire gli atti, nemmeno sfiorato dal recente “decalogo del Comune digitale” nel quale si fa sì riferimento al dovere di rendere tutto pubblico, trasparente e accessibile, ma non si esorta affatto a redigere gli atti secondo regole unificate.

La vera efficienza legata al digitale l’avremo quando le delibere di tutti i Comuni presenteranno gli “elementi costitutivi” indicizzati secondo linguaggi standardizzati, indipendenti da sistemi operativi e soprattutto gestionali degli atti che “vincolano” le amministrazioni ai fornitori di software.

Fintantoché ogni Comune si farà i suoi atti in modo autonomo – con un software di cui custodisce gelosamente l’esclusiva – e tutti verseranno nei repertori open data (soldi pubblici) milioni di file Pdf impermeabili a qualunque ricerca strutturata, noi avremo solo tanto “rumore” erroneamente valutato come “digitalizzazione”. Chi la considera questione da poco dimostra o incompetenza o malafede, posto che si tratta di un nodo decisivo per un’autentica modernizzazione del sistema Paese.

La digitalizzazione (o meglio indicizzazione) nativa degli Atti amministrativi, una volta a regime, porterà grandi benefici a tutti a partire dalla reale semplificazione e automazione degli adempimenti, con buona pace di chi, facendo leva su lungaggini e decisioni discrezionali, ne approfitta per chiedere compensi illegittimi.

Tutte le amministrazioni, sia centrali che periferiche, disporranno di informazioni preziosissime per pianificare decisioni strategiche in ambito urbanistico, sanitario, commerciale e fiscale. Gli uffici pubblici avranno la possibilità di “importare” atti deliberativi già adottati e giuridicamente ineccepibili, con enormi risparmi di tempo e riduzione del contenzioso. Tutti gli interlocutori delle Pa (imprese e privati) disporranno immediatamente di preziose informazioni per valutarne l’operato senza dispendiosi “Accessi agli Atti” che non sempre conducono a soddisfare il diritto alla conoscenza: per semplificare l’accesso civico agli atti delle Pa, quindi reperibili sul web in formato interrogabile, non certo in Pdf, è necessario che questi siano nati digitali.

Da ultimo, per chi auspica – non a chiacchiere – un’efficace prevenzione alla corruzione, la vera digitalizzazione degli atti introdurrà opportunità di conoscenza dei procedimenti tali da dissuadere preventivamente molte delle azioni illecite che oggi si nascondono dentro al buco nero degli atti in Pdf, formalmente ineccepibili.

*Ex amministratore, imprenditore nei Beni Culturali, insegnante. Menzione speciale del Premio Giorgio Ambrosoli 2018