Avevo già scritto sul tema dei navigator qualche tempo fa, notando l’assurdità della scelta di escludere dalla possibilità di partecipare al bando i laureati in materie umanistiche, come Lettere e Filosofia. Dopo quell’articolo, ho ricevuto nella mia casella di posta elettronica centinaia di mail di laureati in Lettere e in Filosofia. Mail, tra l’altro, colte, scritte benissimo, acute e ovviamente amareggiate. Come Francesca, laurea in Lettere, che mi ha scritto: “Lavoro nello stesso campo dei navigator da due anni, mi occupo di lavoro, formazione, competenze, penso di avere molto più conoscenza di un ipotetico laureato in Psicologia e Giurisprudenza. È abominevole che si chiudano gli occhi davanti a chi le cose le sa fare per davvero”. O ancora Angela, che mi ha raccontato di aver fatto notare all’Ufficio placement dell’Università di Venezia, dove si è laureata in Filosofia, e di Regione Veneto, “lo scollamento crescente tra gli sbocchi lavorativi suggeriti/promessi nei documenti ministeriali e le reali possibilità di accesso alle professioni”. Perché infatti la laurea in Scienze Filosofiche viene proposta come laurea richiesta proprio per esperti di politiche del lavoro, operatore di orientamento, formatore, addetto alla selezione del personale e così via. “Questa esclusione [dal bando per navigatore, nda] lascia stupiti, increduli e, soprattutto, contraddice i documenti ministeriali, i repertori nazionali/regionali nonché disattende le ‘promesse’ contenute nelle guide alle professioni degli atenei”. Scrive infine Valentina: “Perché sputare ancora una volta, per la milionesima volta, sulla nostra Filosofia? Quando i corsi che studiamo trattano temi come l’inclusione, le dinamiche sociali, la politica, la psicologia, l’etica, l’economia, il diritto, l’educazione, ma anche la logica e l’analisi?”.

Purtroppo, il governo è andato avanti e nulla è cambiato rispetto alle lauree scelte e all’esclusione di filosofi e letterati, già magari operanti nel settore della formazione e del reinserimento lavorativo. Ma un’altra decisione, altrettanto insensata e anche grottesca, arriva ancora dal governo rispetto alla selezione dei navigator. L’ha segnalata UnBreakFast, libera associazione di professionisti in cerca di nuova occupazione: a parità di requisiti, cioè di titoli e punteggi, verrà scelto il candidato più giovane. Anche in questo caso, i dubbi sono molti e leciti: perché mai un 25enne dovrebbe passare avanti a un 50enne? La nostra Costituzione in merito parla chiaro, perché prevede che tutti i cittadini possano accedere agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza.

Fissare un limite di età è dunque discriminatorio e viola ogni principio meritocratico. Esistono ovviamente deroghe al divieto di fissare limiti anagrafici per concorsi pubblici, ad esempio quando per il lavoro che si deve andare a fare occorrano certi requisiti fisici (ma fece discutere a suo tempo la scelta di abbassare l’entrata in polizia a 28 anni per gli ispettori e a 30 per commissari), ma non si tratta certo del caso dei navigator. Dove al contrario l’esperienza acquisita nel campo del lavoro va sicuramente a vantaggio del candidato. Sullo stesso Blog delle Stelle si riporta un articolo proprio di questo giornale in cui l’esperto del lavoro Michele Tiraboschi parla del posto di navigator come “possibile sbocco per tanti ex dirigenti o direttori del personale che hanno perso il posto e non riescono a rientrare nel mercato”.

Certo, si tratta di una piccola cosa che danneggia qualche migliaio di persone, e cioè i candidati più anziani alla figura di navigator. E tuttavia è simbolica di una visione del mondo del lavoro, e direi persino della società italiana, del tutto sbagliata. Com’è noto, non solo l’età dei giovani che entrano nel mondo del lavoro si è alzata, ma soprattutto il vero dramma del nostro mercato del lavoro è l’esistenza di milioni di laureati e professionisti che non sono mai riusciti ad essere assunti pur avendo titoli e preparazione elevata. Sono i giovani che sono entrati nel mercato del lavoro alla fine degli anni Novanta e ancor più nei primi anni Duemila, quando gli atipici cominciavano a prendere piede in ampi settori per lasciare poi il posto, con l’inizio della crisi, alla proliferare di falsi autonomi e partite Iva, ma anche milioni di liberi professionisti che tali volevano rimanere ma che – anche a causa di compensi sempre più stracciati, nel paese dove non esiste un salario minimo per le figure esclusivamente da contrattazione sindacale – non sono mai riusciti a raggiungere cifre che consentissero loro vite dignitose. Moltissimi di questi hanno dunque visto nel concorso per diventare navigator – così come in tanti altri concorsi della Pubblica amministrazione, a partire dalla scuola – la possibilità di uscire fuori da anni di sfruttamento e di fatica a sopravvivere, con tutte le conseguenze in termini di esistenze segnate dalla sofferenza, scelte mancate, figli mai nati a causa di redditi troppo bassi.

Questi milioni di lavoratori e cittadini sembrano, invece, essere scomparsi. Lo sono per l’attuale governo, così come lo erano stati per il Pd, che pure ha sempre sbandierato una retorica giovanilistica quando i giovani che si sarebbe dovuto tutelare erano ormai ben sopra i 40 anni. Parlare di giovani, preferire i giovani ai meno giovani appare tanto semplice quanto accattivante, appare una scelta che favorisce i più sfortunati. Ma non è scegliendo un giovane rispetto a un professionista meno giovane che si ristabilisce l’equità o si cancellano anni di scelte dissennate in materia di contratti lavorativi – flessibilizzati fino all’impossibile, senza mai pensare alle relative tutele – e di crisi economica.

Abbiamo generazioni di laureati e professionisti che non sono né giovani né vecchi e che un lavoro vero non l’hanno mai trovato, così come abbiamo over 50 disoccupati che fanno una fatica estrema a trovare un nuovo lavoro, e non sarà certo Quota 100 (legge, quella, sì davvero iniqua verso i giovani, visto che scarica sulle loro spalle ulteriori pensionati già graziati dal sistema retributivo) a risolvere i loro problemi. I giovani neolaureati di questo paese certo non se la passano meglio dei loro colleghi più anziani, è fuori di dubbio, ma almeno hanno di fronte a loro ancora la possibilità di cambiare vita e magari partire per l’estero. Come hanno, ovviamente, tutto il diritto di restare nel loro paese e provare a diventare navigator. Senza però corsie preferenziali, semplicemente perché qui, davvero, si tratta di una guerra tra (egualmente) poveri. E dunque far passare avanti chi ha meno anni non fa avanzare, purtroppo, la giustizia.

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