Era l’estate del 1935 quando la propaganda nazista anti-ebraica assestava un altro colpo e nei negozi e nei ristoranti tedeschi apparvero i famigerati cartelli “vietato l’ingresso agli ebrei”. Nell’Italia del pre-fascismo si sta preparando qualcosa del genere, basta sostituire parole e contesti. A Roma è ormai il terzo caso, negli ultimi due mesi, in cui è possibile affermare che per quanto riguarda le case popolari “è vietato l’ingresso ai rom”.

Non è stato neanche sufficiente ricorrere a quell’esercizio mentale proposto dieci anni fa da Lorenzo Guadagnucci che, davanti all’imminente emergenza nomadi proclamata da Silvio Berlusconi, invitò a sostituire nella narrazione mediatica – ma anche nei documenti ufficiali – la parola “ebreo” con la parola “rom” per vedere il tipo di effetto che l’esperimento avrebbe procurato. Ora siamo oltre e dall’immaginazione siamo precipitati alla tragica realtà.

Il trampolino della caduta libera è stato costruito con gli eventi di Torre Maura che, non a caso, non avevo esitato a definire uno spartiacque fondamentale per la città di Roma. In via Codirossoni il Comune aveva deciso di trasferire 77 rom da un centro di accoglienza a un altro. Frange xenofobe e razziste hanno dettato legge e il Comune ha dovuto fare un passo indietro. Ai manifestanti è stato concesso per tre giorni di inveire contro gli ospiti della struttura e tutte le famiglie rom sono state trasferite altrove. Due di esse sono addirittura state costrette, dietro indicazione della stessa amministrazione comunale, a spostarsi in “campi nomadi” nei quali non erano mai state.

Poi, l’8 aprile, mentre in giro per il mondo si celebrava la Giornata internazionale per i diritti dei rom, una famiglia bosniaca, inserita nel progetto gestito dalla Croce rossa italiana per la fuoriuscita dall’insediamento La Barbuta, ha visto il suo ingresso nella nuova abitazione assegnata dal Comune di Roma, accompagnato dalle grida e dalle minacce provenienti dal presidio degli attivisti di Casapound e Forza Nuova. Altra marcia indietro del Comune di Roma: il presidio non autorizzato dei militanti non si tocca, mentre i rom tornano nel “campo” al confine con il Comune di Ciampino. Quella famiglia non ha visto riconosciuto il suo sacrosanto diritto di avere un’abitazione e dopo un mese è ancora nel container del “campo”, condannata dall’arrendevolezza di una giunta piegata alle minacce dei manifestanti.

Ieri, altro episodio. Una famiglia, anch’essa bosniaca e sempre proveniente da La Barbuta, regolare assegnataria di un alloggio dell’edilizia residenziale pubblica, si è ritrovata il giorno dell’ingresso in casa il solito presidio, che al grido di “prima gli italiani” l’ha costretta a barricarsi in casa. Non conosciamo l’epilogo della vicenda.

La sera stessa mi sono recato presso quell’abitazione. Sotto il cortile il presidio permanente e sopra la famiglia terrorizzata. Non era questo che colpiva. Il pugno allo stomaco l’ho ricevuto dall’assenza totale dello Stato: né assistenti comunali, né Polizia Municipale. La resa dell’amministrazione comunale è evidente: incapacità nel gestire la “questione rom” e nel dare attuazione alle sue azioni, mancanza di coraggio di fronte alle pulsioni fasciste che si moltiplicano nella città, cedimento totale sul fronte dei diritti.

La china è presa e sarà da vedere, dopo le case popolari vietate ai rom, quale sarà il passo che ci attende. Sapendo che la responsabilità non è solo di chi avvelena di razzismo la città di Roma, ma anche e soprattutto di chi consente ai suoi cittadini di continuare a respirare quest’aria tossica senza assumere posizione. Del resto è proprio l’indifferenza, come scrisse Alberto Moravia, a generare il fascismo.

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