La Spagna che si è presentata alle elezioni di oggi è un Paese economicamente in buona salute. Ma sono evidenti le cicatrici delle ferite, gravi, inferte dalla lunga crisi iniziata nel 2008 e finita, a tutti gli effetti, soltanto nel 2017. Bassa produttività, bassi stipendi, povertà diffusa e disoccupazione elevata e volatile, oltre alle diseguaglianze crescenti, restano problemi irrisolti. La ritrovata competitività del paese è stata per ora rilanciata principalmente mantenendo compressi i salari nonostante la ripresa dell’occupazione. A sopportare la fatica del risanamento sono stati, insomma lavoratori e contribuenti che hanno dovuto accettare riforme del mercato del lavoro e sobbarcarsi buona parte dei costi del salvataggio del sistema bancario.

Certo, i risultati si vedono. Nell’ultima parte del 2018 la Spagna è stata il paese che ha più contribuito alla crescita dell’area euro e nell’intero anno il Prodotto interno lordo è aumentato del 2,4%. E mentre quest’anno l’Italia beccheggia intorno allo 0%, le stime spagnole indicano un’ulteriore crescita di oltre il 2%. Frustrante anche il confronto in termini di spread, ossia il differenziale di rendimento rispetto a un titolo di stato decennale tedesco, usato come termine di paragone poiché (quasi) a rischio zero. Quello spagnolo è intorno ai 100 punti, quello italiano intorno ai 250. In pratica per vendere un titolo decennale sul mercato dobbiamo offrire l’1,5% in più di interessi rispetto a Madrid.

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