Non sono passati nemmeno due anni dalla cessione dei 900 circa lavoratori del call center WindTre dislocato in diverse città d’Italia. Ieri i lavoratori di WindTre hanno scioperato, appoggiati dalle sigle sindacali di settore, contro l’intenzione da parte dell’azienda di cedere e trasferire altri dipendenti. In particolare, come riporta la nota dei sindacati, “WindTre annuncia il trasferimento di 200 lavoratori del reparto Finance da Roma a Milano e dichiara inoltre di voler cedere i Data Center con 130 operatori e parte delle infrastruttura (in particolare le torri) con 100 dipendenti”.

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Le ragioni per cui i lavoratori protestano contro il trasferimento da una città come Milano ad una città come Roma sono abbastanza intuitive: probabilmente non ce la farebbero a sostenere il costo economico e familiare del trasferimento.

Meno intuitive per i non addetti al settore potrebbero essere invece le motivazioni che spingono questi lavoratori, e tanti altri prima di loro, a protestare contro la cessione del proprio rapporto di lavoro ad un’altra società. Ne ho parlato diverse volte, lanciando anche appelli inascoltati alle forze politiche. Qui proverò a fornire una sintesi.

Quando una grande azienda annuncia di voler cedere rami di attività inclusi i dipendenti che vi sono adibiti, il futuro lavorativo di coloro che vengono esternalizzati senza il loro consenso (così funziona!) dipenderà dal mantenimento della commessa (o delle commesse) in favore della società che li acquisisce. In altri termini, la grande azienda non sarà più datrice di lavoro e non avrà più alcun obbligo in tal senso. Essa si trasformerà in un committente del nuovo datore di lavoro (alle cessioni di attività corrisponde quasi sempre l’affidamento dell’appalto per ottenere i risultati delle attività esternalizzate), potendo in tal modo contrattare le condizioni della commessa che inevitabilmente incideranno sul mantenimento delle condizioni di lavoro degli esternalizzati. Il rischio è quello di finire coinvolti in un infernale gioco al ribasso del costo del lavoro.

Mentre ai piani alti le principali organizzazioni sindacali si riuniscono con le rappresentanze imprenditoriali, in particolare con Confindustria, per chiedere maggiori investimenti al governo, ai piani bassi si consuma l’intramontabile conflittualità tra le classi dominanti, da un lato i lavoratori e dall’altro gli imprenditori. Due dimensioni parallele del mondo del lavoro ormai talmente lontane tra loro da sembrare quasi impensabile che si possano reincontrare.

I piani alti del sindacato dovrebbero tendere la mano ai piani bassi, scendere sul campo per capire cos’è che mette a rischio la stabilità occupazionale dei lavoratori, anche al fine di elaborare e proporre riforme del lavoro che effettivamente incidono sulla redistribuzione della ricchezza nei luoghi di lavoro. Redistribuzione della ricchezza nei luoghi di lavoro.

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