Il reddito di cittadinanza, oltre a spingere i consumi e di conseguenza il pil, nel medio periodo farà aumentare gli occupati di circa 260mila unità. Soprattutto tra gli individui con minori competenze ed esperienza. L’effetto collaterale sarà però, a partire dal 2021, un calo del livello medio dei salari. Perché l’aumento dell’offerta di lavoro ne farà automaticamente diminuire il costo per le aziende. Sono i risultati di una simulazione del Tesoro inserita nel Programma nazionale di riforma, una delle sezioni del Documento di economia e finanza approvato martedì dal consiglio dei ministri e pubblicato il giorno dopo sul sito del Mef. Quota 100, invece, quest’anno e il prossimo avrà un impatto nullo sulla crescita e farà calare l’occupazione, perché i neopensionati saranno sostituiti solo in parte da nuovi assunti. Le due misure, insieme, nel breve periodo faranno aumentare dello 0,2% il tasso di disoccupazione mentre nel medio periodo lo lasceranno invariato rispetto allo scenario a politiche invariate: il reddito, incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, lo farà aumentare dello 0,9% nel 2022, ma quota 100 avrà un effetto opposto e lo farà scendere di altrettanto.

Per quanto riguarda l’impatto sui conti pubblici, le misure bandiera di Movimento 5 Stelle e Lega contribuiranno a far salire di 133 miliardi tra 2019 e 2021 le spese dello Stato per la voce “Lavoro e pensioni”. Secondo via XX Settembre il reddito, mettendo direttamente più soldi in tasca alle famiglie e facendo crescere l’occupazione, avrà però un effetto positivo sulla crescita, stimato in un +0,2% nel 2019, +0,4% nel 2020 e +0,5% nel 2021 e 2022. Mentre la parziale controriforma delle pensioni non trainerà l’economia nel primo biennio ma dovrebbe far salire il pil di uno 0,2% nel 2021 e 2022. Bisogna comunque tener conto che il Def dà per fatti gli aumenti Iva per 23 miliardi previsti dalle clausole di salvaguardia, che ridimensionerebbero gli effetti di entrambe le misure perché scoraggerebbero i consumi. I vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno promesso che il governo disinnescherà gli aumenti.

Simulazione basata sulle stime Istat – L’esercizio di valutazione firmato dal ministro Giuseppe Tria si basa sulle stime dei beneficiari del reddito fatte dall’Istat, (meno ottimistiche di quelle governative) secondo cui i percettori saranno 2,7 milioni di individui di cui 1,79 milioni in età lavorativa. Visti i requisiti per accedere al reddito, basati come ricorda il documento “soprattutto sull’effettuazione di attività di ricerca di lavoro, la riforma dovrebbe dar luogo a un aumento della partecipazione al mercato del lavoro tramite il ricorso ai Centri per l’impiego anche da parte di individui prima inattivi”. Di conseguenza le forze di lavoro aumenterebbero gradualmente, fino a 470mila unità in più nel primo semestre 2020. Non tutti troveranno un posto: stando alla simulazione alcuni ingrosseranno le file dei disoccupati mentre i nuovi assunti saranno circa 260mila. Risultato: il tasso di disoccupazione nel 2022 sarà più alto di 0,9 punti rispetto allo scenario base ma salirà anche l’occupazione, che nello stesso anno salirà di 1,1 punti base in più rispetto a quanto sarebbe successo senza il sussidio.

Dal reddito effetto negativo su produttività e salari – In compenso si registrerà un effetto negativo sulla produttività: questo perché i nuovi occupati saranno concentrati nelle “fasce di individui con minori competenze ed esperienza”. Di conseguenza nel 2022 “il prodotto per occupato risulterebbe inferiore di 0,6 punti percentuali rispetto allo scenario base”. In parallelo l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro ridurrà le retribuzioni medie. “Per i primi due anni dell’orizzonte di simulazione, si è scelto di mantenere le retribuzioni medie invariate rispetto allo scenario base, dato che l’aumento esogeno dell’offerta di lavoro associato alle iscrizioni ai CpI è inizialmente di natura puramente statistica”, spiega il Piano. “Ciò premesso, a partire dal terzo anno (il 2021) ai salari viene consentito di modificarsi endogenamente nel modello e questi diminuiscono rispetto ai livelli dello scenario base. La riduzione dei salari si verifica nonostante il provvedimento abbia fissato una soglia minima di retribuzione, pari a 858 euro, affinché una proposta di lavoro sia da ritenere congrua e il suo rifiuto comporti la perdita del trasferimento“. I tecnici del ministero aggiungono che “è da auspicare che, nel medio-lungo periodo, l’effetto delle politiche attive nella forma di una maggiore offerta di formazione, unitamente all’effetto di livello generato dal salario definito nel provvedimento per considerare congrua una proposta di lavoro, possano agire sulle retribuzioni portandole al di sopra dei livelli dello scenario base”. Va detto che nel Def viene citata, tra gli interventi allo studio, “l’introduzione di un salario minimo orario per i settori non coperti da contrattazione collettiva e la previsione di trattamenti congrui per l’apprendistato nelle libere professioni”. 

Nel primo anno sostituito solo il 35% di chi esce con quota 100 – quest’anno solo il 35% dei prepensionati sarà sostituito con nuovi assunti, mentre negli anni successivi il tasso di sostituzione “risulterebbe compreso tra il 70 e l’80 per cento dei pensionamenti anticipati“. A conti fatti, rispetto allo scenario base questo comporterà una riduzione sia del tasso di occupazione (-0,3 punti al 2022) sia di quello di disoccupazione (di 0,9 punti nel 2022), maggiori consumi privati (+0,4%) e un incremento di 0,5 punti della produttività del lavoro, anche per effetto dell’ingresso nel processo produttivo di lavoratori più giovani al posto di quelli vicini alla pensione. L’effetto sui salari medi inizialmente sarà negativo (gli stipendi dei giovani sono più bassi) ma in seguito l’impatto diventa positivo.

La scommessa sulla riforma di Centri per l’impiego e politiche attive – Il Tesoro fa anche una stima sugli effetti del rafforzamento dei centri per l’impiego e degli altri enti coinvolti nella gestione del reddito e nelle politiche attive. Che, secondo le stime Istat, “dovrebbero farsi carico di circa 1,5 milioni di persone”: 600mila attualmente in cerca di occupazione, 470mila inattivi che entrerebbero nel mercato del lavoro per ottenere il reddito e 428mila occupati ma con un reddito basso. Le simulazioni danno risultati diversi a seconda che la riforma risulti molto efficace, di media efficacia o di bassa efficacia: nel primo caso l’occupazione in sei anni salirebbe di 1,9 punti, con il salario reale medio in calo di 0,48 punti e un impatto positivo sul pil di 1,57 punti grazie all’aumento dei consumi. Se invece la riforma di formazione, collocamento e matching tra domanda e offerta avrà scarso successo, l’impatto sull’occupazione su un orizzonte di 6 anni si fermerà a un +0,82 per cento, con un lieve calo dei salari (-0,14%) e un altrettanto contenuto (+0,74) effetto di spinta del pil. “La valutazione macroeconomica”, chiosa il documento, “conferma che il successo dell’insieme di misure di attivazione contenute nel Decreto legge n. 4/2019 dipende in larga misura da quale sarà l’efficienza dei Centri per l’impiego e il loro coordinamento a livello nazionale”.