Il Consiglio europeo ha deciso che serviranno ancora sei mesi per sancire il divorzio tra Gran Bretagna e Ue. Una via di mezzo tra la mini-proroga chiesta da Theresa May e quella inizialmente imposta dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk che chiedeva uno slittamento di almeno un anno. La data del 31 ottobre mette d’accordo sia Ue che Gb, entrambe terrorizzate dalle possibili ripercussioni di un’uscita senza accordo, ma allo stesso tempo certifica il fallimento di entrambe le loro strategie. Da una parte il primo ministro britannico che ha dovuto cedere sul rispetto del risultato referendario sulla Brexit del 2016. May dovrà invece chiedere ai cittadini del Regno di votare per le prossime elezioni europee del 23-26 maggio, nonostante il Paese sia avviato verso il divorzio dall’Ue. Anche l’Unione, forse per la prima volta in maniera così evidente dal 2016, ha mostrato il proprio lato debole: pur di evitare il no deal, che avrebbe penalizzato alcuni Paesi membri tra cui la Germania, ha rinunciato al taglio dei parlamentari europei e alla già decisa ripartizione dei seggi tra i restanti Stati membri, permettendo ai britannici di influenzare il voto e la nomina dei prossimi presidenti delle tre più importanti istituzioni europee.

Proroga, per Theresa May è il male minore
Chi più di tutti tira un sospiro di sollievo sono i britannici. Westminster aveva incaricato Theresa May di andare a Bruxelles in occasione del Consiglio straordinario e chiedere la proroga. L’idea che il blocco politico all’interno della House of Commons potesse trasformarsi in un’uscita senza accordo è riuscita a permettere la formazione di una maggioranza, anche se per un solo voto, che ha scelto di spostare la data ultima per la Brexit al 31 ottobre. Tornare nella casa dell’Ue per chiedere ancora un po’ di tempo non è certo una grande conquista per la già compromessa immagine politica di Theresa May. La scelta di non compiere mai un passo indietro sulla exit strategy, anche a rischio di inanellare, come successo, una serie di sconfitte in Parlamento, viene così inquinata. Se il governo vuole più tempo per trovare un accordo, i cittadini britannici dovranno recarsi alle urne come quelli di tutti gli altri 27 Stati membri per eleggere i propri rappresentanti a Bruxelles.

Così la May ha dovuto chinare la testa smentendo i suoi punti fermi degli ultimi anni, quando ha più volte ripetuto che non esistevano alternative alla Brexit, nessun nuovo referendum o stop al processo di uscita. Il governo, ha più volte spiegato l’inquilina del 10 di Downing Street, deve rispettare il volere popolare che ha chiesto di abbandonare l’Unione “con o senza accordo”. L’addio probabilmente ci sarà, ma costringere i cittadini a partecipare al voto per un’Ue che avevano deciso di abbandonare è solo l’ultima sconfitta di May che adesso ha due strade davanti a sé: dimettersi e permettere la creazione di una nuova maggioranza in Parlamento che riesca a ratificare l’accordo discusso con l’Ue, oppure rimanere alla guida del governo e fare ulteriori concessioni alle opposizioni.

Anche l’Ue china la testa: la Gran Bretagna parteciperà alla nomina delle cariche
Non solo la May, ma anche l’Unione accetta a malincuore l’accordo per una proroga. Lo ha fatto per lo stesso motivo che ha convinto la premier britannica a cedere: un no deal sarebbe una sconfitta anche per Bruxelles. Solo che l’inevitabile partecipazione della Gran Bretagna alle elezioni apre nuovi scenari per il futuro immediato dell’Ue, visto che la composizione del Parlamento, almeno fino al 31 ottobre, deadline stabilita nella nottata di colloqui in Consiglio, rimarrà quella da 751 membri, di cui 73 provenienti da Londra. Oltre al fatto che, così, gli stati membri che dovevano godere della redistribuzione dei seggi britannici (all’Italia ne sarebbero andati tre) per arrivare a comporre una plenaria da 705 rappresentanti dovranno temporaneamente abbandonare questa idea.  I 73 del Regno potranno contrattare e decidere sulla nomina dei prossimi presidenti di Commissione e Parlamento, con Theresa May che invece esprimerà il proprio voto per la nomina del presidente del Consiglio Ue. Inoltre, la Gran Bretagna dovrebbe ottenere, come tutti gli altri Paesi, anche un membro in Commissione e altri nei vari gabinetti. Una normalità nel processo democratico dell’Unione che, nel caso straordinario di Brexit imminente, appare più come l’ingerenza di uno Stato che si appresta a diventare soggetto terzo rispetto all’Ue. Questa concessione, necessaria per arrivare a un accordo finale con Londra, rappresenta probabilmente il primo segnale di debolezza di Bruxelles nel corso delle trattative per l’uscita della Gb, dopo quasi tre anni di pugno duro.

Socialisti e Conservatori, ecco chi ci guadagna
Se da un punto di vista istituzionale, la soluzione rappresenta una piccola sconfitta per entrambe le parti, se si adotta uno sguardo più politico ci si accorgerà che alcuni gruppi o partiti troveranno giovamento da questa situazione. Primo su tutti il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), pronto ad affrontare un’emorragia di voti rispetto a cinque anni fa. Grazie al boom del Labour, dati oltre il 37%, guadagnerebbe una bella fetta di seggi, importanti per avere i numeri al momento della nomina dei presidenti. Stessa cosa vale per il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, che potranno godere di un numero di seggi britannici simile a quello delle ottenuto alle scorse elezioni dal Partito Conservatore di David Cameron, visto che, come allora, la formazione è data al 23%. A rimetterci, invece, sarà soprattutto il Partito Popolare Europeo, non rappresentato in Gran Bretagna, che ridurrà così la sua supremazia sulle altre famiglie europee.

Twitter:@GianniRosini