La Scozia storicamente ha regalato nomi altisonanti al sacro fuoco del rock. Stilare una classifica di gradimento dei gruppi più amati, in un ipotetico gioco in solitaria, rivelerebbe non poche difficoltà. Quali meriterebbero il podio? Forse i primissimi Simple Minds? Oppure i Cocteau Twins? E che dire dei Primal Scream e dei più recenti Franz Ferdinand? Talmente ampia è la proposta che si potrebbe in effetti entrare in confusione. Come si potrebbero ad esempio dimenticare i Jesus and Mary Chain? Ma sono davvero numerose le band che meriterebbero una citazione.

Tuttavia le attenzioni di oggi non sono rivolte a nessuna delle sopraccitate, bensì a una formazione che non ha incontrato pienamente il successo commerciale ma che al tempo stesso si è ritagliata uno spazio importante quanto fondamentale nel caleidoscopico panorama musicale. Parliamo dei Waterboys. Chi ha avuto modo e fortuna di incappare nei loro dischi se n’è innamorato. Negli anni 80 furono in grado di confondere le certezze apparenti di un periodo di per sé sfaccettato. E ancora, nelle decadi successive, li ritroviamo integri, pronti nel rivendicare una carriera che ancora oggi riflette indiscutibile coerenza.

Per questioni di spazio, eviteremo di ripercorrerne per intero le gesta; cercateli in rete, scoprirete che il tempo a loro dedicato diverrà fonte inesauribile di bellezza. Piuttosto, in occasione dell’uscita imminente del nuovo album, ho avuto la possibilità di intervistare Mike Scott, storico leader della band (un sentito grazie a Teresa M. Brancia di Ja.La Media Activities per la collaborazione). Eccovi in nove punti quello che è emerso.

1. Il comunicato stampa a seguito dell’uscita della nuova fatica discografica dice: “In linea con gli sfolgoranti binari tracciati dall’acclamato album Modern Blues del 2015 e dal doppio album Out Of All This Blue, che ha scalato le classifiche nel 2017, The Waterboys pubblicheranno Where The Action Is, il 24 maggio (Cooking Vinyl)”. Proprio riguardo al processo compositivo, Mike attacca dicendo: “La maggior parte degli album dei Waterboys inizia con una serie di canzoni scritte alla chitarra o al pianoforte, questo invece si è formato attraverso l’utilizzo di una strumentazione inconsueta capace di generare un mash-up che gradualmente si è trasformato in una raccolta di canzoni”.

2. Il discorso di Scott si presta più in generale alle coordinate musicali del gruppo; sin dagli esordi il progetto assume le fattezze di un collettivo aperto, la cui musica è in continuo mutamento.”È proprio come dici tu, rileggendo la nostra storia è difficile classificarci, penso al primo album (The Waterboys – Ensign Chrysalis, 1983) in cui l’indie rock dei Velvet Underground e di Patti Smith è fortemente presente, così come la musica acustica, la psichedelia e il pop rock anni 60. Ascoltando i successivi diviene chiaro capire quanto siamo andati oltre; non ho mai pensato di poter fare un solo tipo di musica”.

3. Capire a questo punto dove siano andati i Waterboys e quanto il loro percorso sia giunto a compimento è doveroso: “Non puoi sapere dove ti porta la musica, ti lasci guidare e in ogni caso la nostra carriera – afferma – non sarà completa finché ci sarà respiro in me, e so che continuerà a cambiare, crescere”.

4. La storia dei Waterboys è ricca di suggestioni, dovute ai continui cambi di rotta di un percorso artistico intonso, sebbene esistano alcuni rimpianti: “Sono contento di gran parte delle cose che ho fatto. Ho un solo rammarico – chiosa – se avessi avuto allora le consapevolezze di oggi, avrei creato un doppio album per Fisherman’s Blues (Ensign/Chrysalis, 1988) e lo avrei reso più veloce; penso anche che Dream Harder (Geffen, 1993) avrebbe potuto avere un respiro più ampio”.

5. Scott e soci non hanno frequentato i salotti buoni del music business evitando accuratamente i compromessi. È forse questo il motivo per cui non sono mai diventati un gruppo mainstream? Mike a riguardo risponde con una domanda: “Potrebbe anche essere che io non abbia una voce così commerciale, l’hai considerato?”.

6. Trovarsi al supermercato significa ascoltare in sottofondo musica di grande consumo, non è forse cosi? Tale premessa è servita per provocarlo, raccontandogli che un giorno, mentre mi aggiravo tra i vari reparti, suonava Fisherman’s Blues; anche i Waterboys erano dunque finiti al supermercato e quindi così di nicchia forse non lo erano. “Quella song, afferma, ha la sua vita, stai parlando della canzone più famosa del gruppo, ne sono state registrate oltre 80 versioni in ogni tipo di stile, dal lento punk americano al punk rock giapponese”.

7. Fisherman’s Blues è stata l’occasione per registrare un deciso cambio di rotta rispetto al passato e più in generale da tutto ciò che gli anni 80 in quel preciso momento stavano offrendo: ”Spesso affermo che quel periodo era così sciatto da averci indotto forzatamente a formulare un nostro stile, prendendo le distanze dalla tirannia dei click track [traccia su cui viene registrato un battito a ritmo costante, nda] ma anche dal Gated reverb [tipico riverbero della batteria anni 80, nda], dai bass drum e dalle voci teutoniche”.

8. Insistere sul periodo – quello del post punk – così caro a chi scrive, ci introduce nella sua visione: “Gli anni che tu citi (1978/84, date ufficialmente riconosciute per la corrente in questione) non sono corretti, il periodo che ha lasciato realmente un segno tangibile va dal 1976 al finire di quella decade. Il resto è condito da elementi commerciali e annacquati. Esistono poi le eccezioni come i Talking Heads ma The Sex Pistols, The Clash, Patti Smith, The Ramones, Television ecc. avevano chiuso quell’epoca già nel 1979″. Colpito e affondato.

9. La chiacchierata volge al termine, non prima di avergli “estorto” le nove canzoni, facendogli presente che gli articoli del blog si concludono di consueto con una playlist di nove brani; un disco ideale avente un lato A di quattro pezzi e il lato B di cinque. Mike si presta con grande garbo al rituale. Queste i brani, tutti dei Rolling Stones.

 9 canzoni 9 … suggerite da Mike Scott: