I test piacciono ai lettori e i giornali ne pubblicano spesso, più o meno scherzosi e più o meno attendibili. E va benissimo rispondere alle domande per scoprire se siamo persone romantiche, o quale potrebbe essere la meta ideale per le prossime vacanze, ma affidarsi a un test per diagnosticare una malattia non è una buona idea, e può generare ansie immotivate. Particolarmente quando si tratta di un problema ancora non ben definito come l’ortoressia: con questo termine, usato per la prima volta nel 1996 dal medico americano Steven Bratman – dal greco orthos, giusto e orexis, appetito – si definisce un’ossessione per il mangiar sano portata agli estremi, che arriva a causare problemi di salute e un forte disagio emotivo. Il termine è in uso da anni, anche in ambiente medico, ma in realtà l’ortoressia non è stata ancora classificata come patologia a sé stante né è inserita nel Dsm, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association che classifica le patologie riconosciute dalla comunità scientifica.

Vista la difficoltà di fare una diagnosi anche avendo le competenze necessarie, è ovvio che sia impossibile farla con un test, particolarmente se si tratta di una versione molto semplificata, in sole dieci domande, del test ideato da Bratman. Intanto, perché ha poco senso porre domande secche senza valutare la situazione di chi risponde: chi soffre di malattie come il diabete, per esempio, potrebbe aver eliminato dalla sua dieta dei cibi che gli piacciono, e sentirsi in colpa quando sgarra, senza per questo avere comportamenti ossessivi.

Non tutte le domande poi hanno lo stesso “peso”: chi risponde di pensare alla dieta più di tre ore al giorno probabilmente ha davvero ragione di preoccuparsi, mentre il fatto di pianificare i pasti in anticipo può essere sintomo di un comportamento ossessivo ma può avere anche ragioni pratiche. Lo stesso Bratman, d’altronde, nel suo sito mette in guardia nei confronti delle versioni semplificate del suo test che circolano in rete. E ne propone una che può essere autosomministrata e aiuta a individuare dei segnali di allarme. In questo caso, però si tratta di domande decisamente più mirate, che chiedono per esempio se la dieta seguita abbia causato sintomi di malnutrizione – come perdita di capelli o amenorrea nelle donne – oppure se il tempo dedicato alla scelta e alla preparazione del cibo interferisca sensibilmente con il lavoro o con la vita sociale. In altri termini se per raggiungere l’obiettivo di mangiare sano si rischia di compromettere la salute o l’equilibrio della propria vita, per esempio rifiutandosi di uscire a cena se non si è certi di poter mangiare quello che si desidera o vivendo con forte disagio qualunque “sgarro”. Niente a che vedere, precisa lo stesso Bratman, col desiderio di mantenersi in salute, o con la scelta di seguire una dieta vegetariana o vegana.

Esiste anche un altro test usato dagli psichiatri per individuare l’ortoressia, ribattezzato Orto15: in questo caso si tratta di 15 domande a risposta multipla (sempre, spesso, a volte, mai) che indagano su diversi comportamenti legati alle abitudini alimentari. Un’analisi più approfondita che può far capire, se non altro, se sia il caso di chiedere aiuto a uno specialista. Ricordando che su questo tema la comunità scientifica è tutt’altro che unita e non c’è ancora accordo né sugli strumenti diagnostici né sulle terapie da adottare: uno studio recente realizzato dall’università di Pisa su un campione di studenti – cui è stato somministrato il test Orto15 integrato però con una valutazione della condizione di salute del peso corporeo e della storia familiare – sembra confermare che questo disturbo potrebbe essere classificato come una variante dell’anoressia. Ma un’ossessione che rovina la vita è qualcosa di ben diverso da un’innocua fissazione per il mangiar sano. “Oggi abbiamo la tendenza a patologizzare un numero crescente di comportamenti, e non sono sicuro che sia una buona idea”, osserva Bratman. “D’altronde, le parole hanno un loro peso: ho sentito persone che dicono ’ci tengo a mangiare sano ma non voglio diventare ortoressico’. E forse questo è il miglior uso che possiamo fare di questa parola”.