Vicino a dove abito negli scorsi giorni una signora con un nipote di cinque anni si è gettata dal decimo piano. In base alle modalità gli inquirenti propendono per un omicidio/suicidio perpetrato da questa signora, laureata in ingegneria, che lavorava da sola in casa e appariva socialmente isolata. I suoi familiari, fra cui in particolare i genitori del bimbo, hanno affermato che temevano che avrebbe fatto un brutto gesto perché era sofferente. Pur risultando agli avventori del bar ove si recava palesemente alterata, non pare fosse in cura.

Quando capita un evento come questo, mi vengono mille ripensamenti sul significato e sulla prassi della mia professione. In psicologia e psichiatria è ancora troppo radicato lo stigma sociale fatto di derisioni verso chi è “picchiatello o pazzo”. Chi non soffre vede la malattia – dall’ansia alla depressione fino alla psicosi – come espressione di incapacità e mancanza di volontà. Un mio paziente afferma: ”Preferirei avere tutte e due le gambe rotte, almeno gli altri mi commisererebbero. Invece ora che sono depresso mi dicono di uscire, di ridere e di sforzarmi ad agire. Sarebbe come se a uno che ha le gambe rotte consigliassero di andare a fare una passeggiata. È chiaro che lui non ce la può fare così come io non sono in grado di essere attivo e allegro”.

In psicologia e psichiatria abbiamo avuto, soprattutto nell’800, un grande fermento in campo diagnostico per definire cosa risultasse malattia o sofferenza e sfatare le credenze precedenti, che vedevano perlopiù i malati come posseduti dal demonio. Nel 900 sono stati fatti progressi enormi in campo terapeutico, sia farmacologico che psicoterapico. Il nostro secolo, a mio avviso, deve essere imperniato molto sulla prevenzione, perché ormai è chiaro che prima il paziente si reca in cura, più veloce è la guarigione. Attendere aspettando che passi la sofferenza è l’errore più grande che molti compiono e che porta all’aggravamento sempre più elevato, con situazioni che divengono alla fine veramente ingestibili.

Il motivo principale per cui scrivo in questo blog e per cui per molti anni ho partecipato assiduamente a una trasmissione televisiva a Modena, chiamata Obbiettivosalute e condotta dalla brava giornalista Ivana Dimporzano, è proprio questo. Cercare di divulgare attraverso i media una cultura psicologica e una visione umanizzata della psichiatria credo sia necessario, per permettere alle persone di accettare l’idea di poter essere sofferenti e di avere necessità di cure.

Per questo motivo vedo anche di buon occhio trasmissioni come quella di Massimo Recalcati Lessico famigliare. I puristi della mia professione storcono un poco il naso perché l’atteggiamento divulgativo di questo autore a volte pare sfociare in una sorta di banalizzazione. Premetto che non conosco personalmente Recalcati, per cui se prendo le sue difese lo faccio perché, dopo aver sentito una di queste trasmissioni, il suo messaggio mi è parso positivo. Non si può fare in una trasmissione televisiva un trattato specialistico, così come d’altro canto non si può fare in un blog. L’intento positivo però, a mio avviso, è quello di far comprendere che certe emozioni, presenti nelle dinamiche di ogni famiglia, sono umane, che toccano ognuno di noi e che non c’è da vergognarsi se in certi momenti della vita ci sopraffanno. Far comprendere che la sofferenza emotiva coinvolge tutti in certe fasi dell’esistenza e che possiamo parlarne è un messaggio meritorio.

Recentemente ho visto la pubblicità di una nuova trasmissione televisiva in cui si afferma che un gruppo di psicologi affronterà, nel format, le difficoltà di due coppie in crisi. Non ho visto la trasmissione, ma spero che il messaggio non sia troppo banalizzante e non si cerchi solo la spettacolarizzazione. In una trasmissione di questo tipo ci sono indubbiamente rischi di svilire il messaggio psicologico, ma potrebbe anche esserci la possibilità di far comprendere che di fronte alla sofferenza di coppia l’aiuto di persone formate ad affrontarla può essere molto utile.