È durata due mesi e mezzo la detenzione dell’ex pm di Trani Antonio Savasta nel carcere di Borgo San Nicola di Lecce, dove si trovava dal 14 gennaio dopo essere stato arrestato insieme al collega Michele NardiIl gip del Tribunale leccese Giovanni Gallo ha infatti concesso gli arresti domiciliari all’ex magistrato che, al momento dell’arresto, era in servizio presso il Tribunale di Roma al pari di Michele Nardi. Con i due magistrati, accusati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso, venne arrestato l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro. I fatti contestati fanno riferimento al periodo tra il 2014 e il 2018. Il pm Roberta Licci e il procuratore Leonardo Leone de Castris, titolari dell’indagine, avevano dato parere favorevole alla scarcerazione. Tra le motivazioni di attenuazione della misura cautelare chiesta dalla difesa, il comportamento collaborativo con i pubblici ministeri avuto da Savasta e le sue dimissioni dalla magistratura. Savasta trascorrerà i domiciliari nelle sua a casa a Barletta. La richiesta di arresti domiciliari è stata avanzata il 22 marzo dai legali difensori dell’ex magistrato, gli avvocati Massimo Manfreda e Guido Calvi. Il 27 marzo, poi, la Procura di Lecce ha dato parere favorevole all’istanza. Nessuna richiesta di scarcerazione è stata invece riproposta dai legali di Michele Nardi, il quale di recente è stato trasferito dal carcere di Matera a quello di Taranto. Secondo l’accusa, Antonio Savasta Michele Nardi, con l’intermediazione di alcuni avvocati, in cambio di vari benefit aggiustavano i processi a carico di facoltosi imprenditori baresi e toscani, tra cui Luigi Dagostino, re degli outlet ed ex socio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. La procura di Lecce ha ricostruito i flussi di denaro: Savasta avrebbe intascato quasi mezzo milione di euro, Nardi un qualcosa come 1 milione 300mila euro.

Nel frattempo, il Tribunale monocratico di Trani ha assolto “perché il fatto non sussiste” gli imprenditori di Corato (Bari) Giuseppe Lotito e Salvatore Piccolomo, accusati da Savasta, all’epoca dei fatti pm di Trani, di aver ordito un piano per danneggiare l’imprenditore Flavio D’Introno, amico di Savasta, incolpandolo di usura. I fatti risalgono al giugno 2012. Savasta ipotizzava nei loro confronti il reato di minacce per far ritrattare un testimone. In particolare, stando alla ricostruzione accusatoria formulata da Savasta sulla base anche di una annotazione di pg a firma del poliziotto Vincenzo Di Chiaro (anche lui arrestato nell’inchiesta dei pm di Lecce), Lotito e Piccolomo, difesi dagli avvocati Andrea Moreno e Chiara Introna, avevano minacciato un altro testimone del processo “Fenerator”, Francesco Gadaleta, perché accusasse D’Introno di usura (nello specifico perché ritrattasse le dichiarazioni che discolpavano l’imputato). A sostenere tale accusa c’era anche una annotazione di Di Chiaro, ritenuta falsa, nella quale c’era scritto che il poliziotto aveva sentito dire da uno dei due testimoni che “anche se D’Introno non mi ha mai fatto usura … sarà condannato perché quando siamo stati sentiti dal giudice abbiamo saputo fingere bene”. D’Introno, che poi per usura è stato condannato, in questo processo era parte offesa. Per la falsa annotazione di pg, Di Chiaro è già indagato a Lecce, ma oggi il Tribunale di Trani ha trasmesso gli atti alla Procura per valutare la posizione sua e di altre due persone, Gadaleta e Michele Valente, tutti “uomini di D’Introno”, come hanno scritto gli stessi pm di Lecce nelle imputazioni a carico di Savasta.

Nei giorni scorsi, in merito alle inchieste condotte da Savasta a Trani, ha fatto scalpore l’intervista rilasciata a Repubblica dall’imprenditore di Corato Francesco Casillo. “Arrestarono me e la mia famiglia. Per uscire fummo costretti a pagare” ha detto il re pugliese del grano, che finì in cella nel 2006. Il pm di quel caso era Antonio Savasta e il gip Michele Nardi. Il primo chiese l’arresto, il secondo lo dispose. Dopo essere stato ascoltato dai magistrati, Casillo ha raccontato al quotidiano di Largo Fochetti: “Finirono dentro anche i miei fratelli e mia sorella. Un intermediario ci disse di rivolgerci a un avvocato. Pagammo 550mila per tornare in libertà. Io l’ho scoperto dopo“.

 

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