di Anna Maria Giannini

Javier Napoleon Pareja Gamboa nell’aprile del 2018 uccise la moglie Jenny Angela Coello Reyes. In primo grado venne condannato a 24 anni e in secondo grado la pena è stata ridotta a 16. Spontaneo domandarsi il perché. Non si intende commentare le sentenze, tanto meno entrare in merito a motivazioni legate a dinamiche giuridiche: ci limitiamo ad alcune riflessioni.

Occorre tenere in considerazioni principalmente due aspetti: uno, tecnico, riguarda il cosiddetto rito abbreviato; si è parlato di quanto tale rito, che comporta come conseguenza la riduzione della pena, sia opportuno nei casi di delitti quali il femminicidio. La sentenza in oggetto torna a farci riflettere sulle conseguenze psicologiche a carico di famigliari e amici della donna uccisa che vedono colui che ha determinato la loro eterna sofferenza fruire di una consistente riduzione della pena, seppur legata a un meccanismo giuridico e a quanto lo rende applicabile.

L’altro aspetto entra nel merito di fattori legati alla personalità e ai processi emotivi dell’autore del reato. Se il rito abbreviato già di per sé concorre alla riduzione della pena, le attenuanti si riferiscono allo stato emotivo dell’omicida. Avrebbe agito “sotto la spinta di uno stato d’animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”, ancora: “come reazione al comportamento della donna, del tutto incoerente e contraddittorio, che l’ha illuso e disilluso”. Sembrerebbe che lo stato emotivo dato dall’essere stati “illusi” sia tale da influire sulla responsabilità in comportamenti dalle conseguenze drammatiche.

La letteratura scientifica in tema di psicologia delle emozioni evidenzia chiaramente come gli stati emotivi siano propri dell’essere umano nelle loro varie sfumature e intensità, ma ciò che fa la differenza sono i meccanismi di regolazione del comportamento che tali stati attivano. Se quando proviamo irritazione o rabbia non aggrediamo e non uccidiamo è perché esistono processi di autoregolazione che sono frutto della volontà della persona e sono determinati dalla volontà stessa. Esiste una sola eccezione, molto rara tuttavia: gli stati psicopatologici (accertabili in sede peritale) che, ancora più raramente, possono implicare un’alterazione della capacità di intendere e volere e dunque dare esito a disregolazione. Solo e soltanto in questi casi da accertarsi con attente tecniche peritali possiamo constatare che la patologia può avere compromesso il libero arbitrio nel momento della commissione dell’atto.

Nella grandissima maggioranza dei casi, si uccide perché si vuole uccidere e si potrebbe evitarlo nel pieno della possibilità di regolare il proprio comportamento e scegliere diversamente. Cosa si intende dunque per reazione all’essere stati illusi? Forse che ogni volta che le aspettative vengono contraddette sia maggiormente accettabile reagire violentemente? A quali estremi possono condurre tali considerazioni?

Occorre fare molta attenzione al linguaggio impiegato, linguaggio che rischia di riportarci davvero al clima sociale, culturale del delitto d’onore. In un recente progetto europeo proprio su questo tema (Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma) è emerso chiaramente come i temi e le convinzioni di base che sostengono la violenza legata all’”onore” siano ancora fortemente presenti anche nelle culture occidentali cosiddette “sviluppate”, quello che davvero non avremmo forse immaginato è un ritorno alle attenuanti legate a delitti ritenuti ispirati da stati emozionali.

È davvero inaccettabile oggi dover dire ai figli e ai parenti di una donna uccisa che chi ha provocato un dramma irreparabile ha agito in modo “non del tutto incomprensibile”. Non c’è tipo e quantità di pena inferta all’autore di un omicidio che possa essere commensurabile per chi si è visto strappare i propri affetti, e non è la vendetta che viene cercata; tuttavia il dolore e l’angoscia della perdita vengono accresciuti da una forma di vittimizzazione secondaria: quella data da un trattamento insensibile, da una non considerazione dell’offesa subita, da un meccanismo che attenua nelle parole e nei fatti la responsabilità di chi – ben consapevolmente e in piena autodeterminazione – ha tolto la vita alla propria compagna perché non accettava le di lei decisioni, l’autonomia, le scelte.

Una società che non sa difendere le sue vittime e che non si mostra attenta ai loro bisogni e alle gravissime conseguenze che esse patiscono può davvero dirsi una società civile?