L’ultimo messaggio risale a dieci giorni fa. “Lorenzo mi ha scritto: ‘Fatti sentire se ti serve qualcosa’. Lui a me, capito? Un paio di giorni dopo ho visto da Facebook che era ritornato al fronte. Mi ero ripromesso di ricontattarlo, e invece non l’ho più fatto”. A parlare è Davide Grasso, torinese, alle spalle due periodi in Siria da reporter indipendente e poi da combattente dello Ypg, la milizia curda impegnata contro l’Isis sostenuta dalla coalizione internazionale. Grasso ha conosciuto Lorenzo Orsetti nell’ottobre 2017 ad Afrin, nord della Siria, dove il giovane fiorentino si era arruolato per difendere i curdi dall’assedio turco. Ora che lo Stato islamico ha rivendicato l’uccisione del ragazzo – nome di battaglia Tekoser, “lottatore” – l’ex compagno d’armi ricorda il loro primo incontro.

“Lorenzo si era appena arruolato nello Ypg, in quel momento si trovava nell’accademia degli internazionalisti per l’addestramento militare e le lezioni di lingua e pensiero politico curdo”, racconta il torinese, oggi impegnato “da civile” a fare informazione in Italia sulla situazione nell’area. Di norma nei periodi di combattimento ci si dà il cambio ogni due settimane: la vita al fronte è pesante e non lascia tregue. Orsetti l’ha vissuta per un anno e mezzo, dall’autunno di due anni fa fino al giorno della morte. “Era coraggiosissimo, ha partecipato a tante offensive e tutti ne parlavano con estremo rispetto – prosegue Grasso -. Credo che sia l’italiano che finora ha combattuto di più in Siria”.

Nell’ultimo periodo l’ex cameriere fiorentino faceva la spola tra Baghuz, l’ultima roccaforte dei jihadisti dove è stato ucciso il 18 marzo, e le retrovie. Se fosse rientrato in Italia, avrebbe rischiato di essere raggiunto da una richiesta di sorveglianza speciale avanzata dalla Procura, al pari dei cinque torinesi – Grasso è uno di loro – che come lui hanno combattuto l’Isis armi in mano. Secondo un altro internazionalista italiano che preferisce restare anonimo – svela solo il nome di battaglia, Dil Soz, “cuore promesso” – Orsetti non aveva alcuna intenzione di tornare a vivere nel nostro Paese. Ma se non ci fosse stata di mezzo quella vicenda giudiziaria sarebbe rientrato per una pausa.

“Voleva tornare per qualche mese in in Italia – racconta Dil Soz, che con Orsetti ha combattuto un paio di mesi, sempre ad Afrin – L’ultima volta che l’ho sentito, una quindicina di giorni fa, mi ha detto che aspettava di sapere come sarebbero andate le udienze di Torino (in calendario per il 25 marzo, ndr) per capire se in Italia gli avrebbero potuto ritirare il passaporto”. Secondo l’amico, da tempo rientrato in patria, i suoi progetti a lungo termine prevedevano comunque la permanenza in Siria. Lo si legge anche nell’ultimo messaggio che Orsetti ha fatto recapitare agli amici dopo la sua morte: “Non ho rimpianti – ha scritto – sono morto facendo quello che ritenevo più giusto e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. “Quello era il suo Paese adottivo”, conferma Dil Soz.

Grasso racconta che la vita che faceva in Italia, la vita “da occidentale”, a Orsetti non piaceva. “Odiava la mediocrità, la xenofobia, lo sfruttamento lavorativo – spiega -, era contento di starne lontano”. Nonostante le difficoltà del caso, l’ex combattente spiega che quando ha conosciuto Tekoser al fronte, era calmo e consapevole. “Mi ha subito fatto una buona impressione, era serio, dimostrava contegno e disciplina”. A detta degli amici, in Italia non apparteneva a nessun gruppo politico, frequentava piuttosto il mondo dei centri sociali e degli anarchici. A Firenze era molto conosciuto, soprattutto nel mondo della musica hip hop. Da quando era partito, nel suo quartiere era anche nato un comitato in suo sostegno.

Per Dil Soz, “Lorenzo era nato rivoluzionario, non aveva bisogno di troppe ‘pippe’ politiche per stare dalla parte degli oppressi: ci stava e basta”. Un lavoratore – cameriere, sommelier, cuoco – ma che “leggeva moltissimo e si era fatto una cultura da solo”. Soprattutto “una persona di cuore”. L’ex internazionalista ricorda l’ultima telefonata con il compagno: “Gli ho detto che era ora di tornare, che ormai Daesh è sconfitto, non era più il caso di stare là”. Niente da fare. “Quella era la sua seconda casa. E voleva continuare a combattere per lei”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Serbia, dalla corruzione all’ambiguità su ingresso nell’Ue e rapporti con la Russia: così Vucic è finito nel mirino della piazza

next
Articolo Successivo

Sparatoria a Utrecht, biglietto nell’auto del killer porta alla pista terroristica. “C’era la scritta ‘Allah'”

next