Lisa Smith, cittadina irlandese partita nel 2015 per unirsi allo Stato Islamico in Siria e oggi madre di un bambino di due anni, potrà tornare a casa. La decisione del primo ministro di Dublino, Leo Varadkar, rappresenta un precedente importante su un tema, quello dei foreign fighters europei rinchiusi nelle carceri in Siria e Iraq, che sta angosciando i governi europei, timorosi che i rimpatri di centinaia di radicalizzati possano rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. Togliere a questa donna la cittadinanza irlandese, ha dichiarato il premier, “non è la cosa giusta o più compassionevole da fare”.

Secondo quanto riportato dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf), alleanza di milizie in maggioranza curde, solo nelle loro carceri si troverebbero 3.200 sospetti affiliati a Isis, di cui circa 900 sarebbero combattenti arrivati dall’estero. A questi vanno aggiunti i membri delle loro famiglie, mogli e figli, trattenuti all’interno dei campi profughi nel Paese dopo la liberazione delle ultime enclave islamiste. Sono poco meno di 6mila, secondo i dati del Soufan Center, i combattenti partiti dall’Europa occidentale: 1.500 circa sarebbero già riusciti a tornare in patria, mentre gli altri sono morti in combattimento o sono stati catturati, appunto, dalle forze di sicurezza irachene, siriane o dalle milizie curde.

Quello della gestione di questi fedeli al Califfo Abu Bakr al-Baghdadi è oggi il principale problema degli esecutivi della cosiddetta coalizione occidentale in lotta contro lo Stato Islamico, soprattutto dopo l’annuncio dell’amministrazione americana di voler avviare al più presto le operazioni di ritiro delle forze statunitensi dal territorio siriano, lasciando le milizie curde da sole a gestire un così alto numero di prigionieri, con la minaccia di cellule islamiste ancora attive sul territorio e la volontà del governo di Ankara di invadere le aree curde siriane al confine con la Turchia. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato i Paesi europei a farsi carico dei propri cittadini che si sono uniti a Daesh e catturati dalle forze della coalizione sul campo, ma al di là del Mediterraneo le preoccupazioni riguardo alla sicurezza e all’impopolarità di una scelta del genere hanno portato alcuni Stati, primi su tutti Francia e Gran Bretagna, tra i più interessati dal fenomeno dei foreign fighter, a dire di no.

I Paesi europei temono che persone radicalizzate, non solo i combattenti ma anche i loro familiari, e addestrate al combattimento rappresentino un grave rischio per la sicurezza nazionale e possano contagiare come un virus altri soggetti a rischio radicalizzazione sparsi per il territorio. Inoltre, anche processarli, condannarli e metterli in carcere non fornirebbe la soluzione al problema sicurezza. È proprio in carcere che molti di questi si sono avvicinati ai gruppi terroristici e riempiendo gli istituti penitenziari di decine, se non centinaia, di combattenti islamisti il rischio, secondo alcuni dei governi europei, è quello di rendere le prigioni delle scuole di radicalizzazione e luoghi di reclutamento. A questo va aggiunto che nessun esecutivo trarrebbe dei vantaggi politici accettando di rimpatriare decine di combattenti di Daesh.

Così, la decisione presa dal premier irlandese va in controtendenza rispetto all’atteggiamento degli altri partner europei. C’è da dire che l’Irlanda è uno dei Paesi meno coinvolti dal fenomeno foreign fighter: le ultime stime della polizia parlano di appena trenta persone che hanno lasciato il Paese per unirsi alle bandiere nere in Siria e Iraq, la maggior parte dei quali dovrebbe essere morta in combattimento. Resta il fatto che con questa presa di posizione Varadkar abbia creato un precedente che potrebbe riportare in patria, oltre ai sopravvissuti, anche le loro mogli e figli. “Abbiamo davvero bisogno di andare fino in fondo alla questione – ha dichiarato -, svolgere una valutazione della sicurezza e vedere se le autorità siriane vogliono processare o meno (queste persone, ndr). Ma, alla fine, stiamo parlando di una cittadina irlandese e non crediamo che togliere la cittadinanza a un’irlandese e alla sua famiglia, rendendoli privi di status, sarebbe la cosa giusta o compassionevole da fare. Non abbiamo ancora informazioni complete su questo caso. Ognuno di questi casi dovrà essere trattato diversamente”, ha poi concluso lasciando così aperto uno spiraglio di discrezionalità sulle decisioni future.

L’approccio di Vardakar contrasta con quello tenuto dalla vicina Gran Bretagna e la scelta potrebbe nascere proprio dalle conseguenze dell’atteggiamento più intransigente di Londra riguardo al caso di Shamima Begum, la 19enne partita per il Califfato nel 2015 che aveva chiesto al governo britannico di poter tornare a casa con il proprio figlio di appena tre settimane. Il segretario di Stato per gli Affari Interni, Sajid Javid, aveva però negato questa possibilità alla ragazza, trattenuta nel campo profughi siriano di al-Hawl dopo aver lasciato l’ultima enclave islamista di Baghuz, revocandole anche la cittadinanza britannica. Il neonato, Jarrah, è poi morto a causa di complicanze respiratorie, scatenando lo sdegno di una parte dell’opinione pubblica nei confronti del governo di Theresa May. Sdegno che ha costretto l’esecutivo ad assumere un atteggiamento più prudente annunciando, per bocca del segretario di Stato per gli Affari Esteri, Jeremy Hunt, che il governo sta cercando il modo di riportare i bambini dei combattenti britannici nel Regno Unito.

Twitter: @GianniRosini

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