Domenica, ad Amsterdam, 40mila persone sono scese in piazza contro l’immobilismo della politica sul climate change. E in Italia? Nulla, anzi il nulla. Come se il cambiamento climatico e le conseguenze che sta portando fossero problemi di altri. Come se non fosse la più grande partita politica globale che si sta giocando oggi (ovviamente non in Italia).

Scrivevo qualche giorno fa: i temi ci sono, la leader pure (Elly Schlein, eurodeputata di Possibile) e la triste parabola discendente del partitone unico – un “semaforo, sempre fermo”, ricordate il Romano Prodi di Corrado Guzzanti? -, che colleziona più segretari che risultati, mostra una prateria per la riscossa della sinistra, di una nuova sinistra verde-rossa (possibilmente non una riproposizione delle vecchie formule arcobaleno). Il “verde socialista” negli Usa e nel Nord Europa è lontano dall’ecologia salottiera o senza aggettivi degli anni 80 e 90 e pare abbia trovato un equilibrio a proposito del dilemma su cui si sono schiantati tanti movimenti rosso-verdi del passato: viene prima il lavoro o viene prima la tutela dell’ambiente?

La necessità di ridurre l’impatto devastante dell’innalzamento della temperatura globale, che potrebbe andare ben oltre la stima ottimistica di 1,5 gradi, è un’emergenza e richiede una riconversione urgente di settori produttivi, stili di vita e in primis di mentalità. Ma soprattutto richiede una guida politica forte, capace di scelte impopolari (soprattutto sul tema mobilità) e capace di mettersi contro la grande industria.

Guardando l’attuale offerta politica in Italia c’è da cadere in depressione. Ma se è vero che il Groenlinks olandese o il tandem Ecolò/Groen in Belgio funzionano e vanno forte nel Benelux, e non è detto possano funzionare altrove, non dimentichiamo che il movimento ambientalista italiano fu il solo in Europa, negli anni 80, a vincere la battaglia campale sul nucleare. Quel trionfo è lontano nel tempo, ma forse rappresenta molto più di un feticcio impolverato.

Il cambiamento climatico e le battaglie eco (emissioni, mobilità, cibo) sono l’anno zero (o 2.0 se volete) per la new left: il contenitore dove far confluire le rivendicazioni su lavoro, diritti, giustizia sociale e soprattutto la guerra totale al sistema neoliberista che ha spalancato le porte ai populismi. Se le tematiche del lavoro e della lotta alla povertà possono essere manipolate da chiunque (vedi l’equivoco cavalcato da Lega, CasaPound e in parte anche dal Movimento 5 Stelle), difficilmente la propaganda sovranista low-cost parlerà di sostenibilità, riduzione delle emissioni o cibo di qualità. 

L’obiettivo dell’abbattimento delle emissioni imposto per legge – come nel Regno Unito e presto in Olanda e Belgio -, lo stop al volume odierno di consumi – perché le risorse non sono infinite -, la promozione di cibo sano (stop al consumo di zuccheri e grassi in eccesso) e uno stile di vita “sostenibile” al posto dell’ego-liberismo non sono più vezzi da radical chic, ma temi concreti e con molto appeal. Il sistema rotto non si rattoppa con il marketing centrista o con le urla dei leghisti: questo sistema rotto si ripara solo ricostruendolo. E in fretta.

D’altronde se l’ondata populista-xenofoba è montata gridando allarme su un’emergenza inesistente (la guerra di civiltà contro Islam e immigrati) è ora che un’altra ondata monti, ma stavolta per un’emergenza vera: il rischio di un disastro ambientale. Il diritto alla salute e il dovere di lasciare alle generazioni che verranno un pianeta vivibile è universale e indiscutibile: “futuro” e “per i nostri figli” lo ritrovate su programmi, dichiarazioni solenni e annunci di sovranisti e liberali di qualunque colore. Ma quando al proclama segue la proposta, ecco la fuga in ordine sparso.

La politica è bella solo quando si limita agli annunci e invece la nuova sinistra dovrebbe ripartire proprio dal concreto: da una legge vincolante sulla riduzione delle emissioni, da un cambiamento di paradigma sui trasporti e sulle grandi opere. Ma soprattutto rilanciando il termine “cittadino”, sostituito negli ultimi anni da quello di “consumatore”.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Il mare nasconde segreti sconosciuti. E un diario di bordo può farceli scoprire

prev
Articolo Successivo

Glifosato, “effetti su sviluppo e riproduzione dei ratti anche in dosi considerate sicure negli Usa”

next