di Carblogger

Rientro con stupore dal Salone di Ginevra. Stupito innanzitutto da quanto ha fatto Fiat Chrysler. Due concept, primi motori con sistemi ibridi plug-in, tutto declinato a un futuro sul quale tuttavia scommettere con molta cautela. E poi lampi da casa Ferrari.

Parto da Maranello. F8 Tributo a parte, martedì mattina vedo a passeggio il capo della comunicazione Stefano Lai che, al solito, non saluta. Un whatsapp all’alba mi aveva però informato che era arrivato al capolinea, quindi meglio così.

Dopo 11 anni, scelto da Montezemolo e – nonostante ciò – a sorpresa sopravvissuto a Marchionne, è stato fatto fuori adesso per lasciare il posto a una donna, buona notizia di per sé in un mondo dell’auto globalmente ancora troppo maschile e spesso maschilista. Si chiama Jane Reeve e viene da Walter Thompson. Però strana la vita: una manager che sa tutto di pubblicità chiamata da una società che non ha mai speso una lira o un euro in pubblicità. Welcome Jane.

A Ginevra mi è sembrato tornato ai tempi d’oro Olivier François, capo di Fiat e del marketing di Fca (poltrona difesa coi denti dopo l’uscita di scena di Marchionne). Ha presentato la Fiat Centoventi che sembrava un mago. La macchina c’è concettualmente, chissà se mai ci sarà fisicamente: erede della Panda (dice lui, immagino autorizzato dal ceo Manley e dal capo di Europa Gorlier ancora imbavagliato per i media), non erede della Panda ribatte qualche metro più in là Manley parlando con il direttore di Quattroruote. Gioco delle parti, comunicazione in stile Fiat Chrysler, futuro nella nebbia?

Rimugino su quanto mi ha detto una volta Giorgetto Giugiaro: la Fiat non ha una storia di azienda di prototipi, ma di modelli fatti e venduti. Già. Segno dei tempi o conferma che sono in alto mare?

Per ora teniamoci il mago Olivier. Claim azzeccati, storytelling alto, auto che appare un rebus produttivo tra personalizzazione molto spinta e batterie per il sistema elettrico da aggiungere a piacere da una a quattro e fino a cinque come figurine, come se peso e dinamica fossero due perfetti sconosciuti. Però batte un colpo per l’intero gruppo: siamo vivi, domani si vedrà.

Alfa Romeo. Tonale è un bel suv compatto, non è uno Stelvio in scala, più originale dietro, più slanciato davanti, gran lavoro fatto nei “capannoni” di Modena resi famosi e misteriosi a suo tempo da Marchionne. Produzione a Pomigliano su una seconda linea entro la fine del 2020 (dicono), primo modello Alfa con ibrido plug-in, domani si vedrà.

Anche Tonale in forma di concept serve a battere un colpo, per il marchio è davvero modello da ultima spiaggia. Però che impressione sentirlo presentare da Timothy Kuniskis, il capo dell’Alfa Romeo. Un americano palestrato di Rochester, stato di New York, con un accento yankee che più yankee non si può. Impossibile che ci mettesse un briciolo di italianità, come invece si è sforzato di fare nel suo inglese Olivier. “To-nàle”, mi si sono arricciate le orecchie. Sorry Tim.

@carblogger_it

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