Molteplici aspettative si stanno registrando rispetto alle Elezioni europee stabilite per fine maggio. Il contesto generale è quello di un’indiscutibile crisi del progetto di integrazione. Occorre peraltro chiedersi quali siano le cause reali di tale crisi.

A mio avviso la crisi del progetto europeo risiede nel fatto che le classi dominanti europee hanno da tempo abbracciato senza riserve il credo neoliberista, che ripone ogni speranza e fiducia nel funzionamento del mercato, ovvero, tradotto in italiano (o in qualsiasi altra lingua corrente) nelle decisioni assunte dai settori economici che controllano le scelte di fondo da effettuare. Tali settori hanno di mira, come ovvio, esclusivamente la soddisfazione dei loro interessi. Tali interessi però entrano in conflittualità antagonista e insanabile con alcuni obiettivi di fondo il cui raggiungimento si rivela oggi indispensabile e urgente.

1. In primo luogo, uno sviluppo sostenibile dell’economia europea. Ciò significa puntare su un processo di riconversione ambientalista che significa abbandonare le grandi opere, puntare sulle energie rinnovabili e su processi di sviluppo autocentrato a livello regionale e locale.

2. In secondo luogo, un’assunzione di responsabilità rispetto alla situazione di invivibilità che sta colpendo buona parte del globo terrestre proprio per effetto delle scelte miopi e irresponsabili compiute dalle forze economiche dominanti. In questo senso, una politica di accoglienza e integrazione delle persone che cercano di fuggire al disastro in atto costituisce in realtà solo la punta dell’iceberg. Se si continua a gestire l’economia mondiale in omaggio agli interessi delle corporation saranno ben presto milioni i profughi ambientali. Invece, è necessario intervenire alla radice sulle cause delle migrazioni e, al tempo stesso, dare una prospettiva di vita alle vittime dell’attuale modello di sottosviluppo consentendone con politiche lungimiranti l’accoglienza e l’integrazione nei Paesi più sviluppati, anche al fine di strutturare canali solidi di comunicazione e trasferimento di ricchezza e di opportunità che consentano di ridurre la disuguaglianza crescente anche su scala globale.

3. In terzo luogo, la fine della spirale di disuguaglianza alimentata dal modello neoliberista dominante, che produce sempre più precari, disoccupati, emarginati. Misure come il reddito di cittadinanza vanno bene ma sono in fin dei conti solo pannicelli caldi. Occorre invece sostenere l’auto-organizzazione e i diritti, anche salariali, dei lavoratori e varare degli enormi piani di intervento pubblico che consentano la creazione di milioni di posti di lavoro nei settori strategici, a partire per l’appunto da quello del risanamento ambientale. Qualche spunto interessante a tale riguardo è offerto proprio dalla piattaforma in 42 punti dei gilet gialli, ingiustamente bollati come corporativi, antiambientalisti o addirittura antisemiti e razzisti.

4. In quarto luogo ci vuole una politica autonoma sul piano internazionale, che non risulti subalterna a piani e interessi di un imperialismo dominante, quello statunitense, che con Donald Trump si rivela sempre meno lucido, esposto a crescenti contestazioni anche sul piano interno e costretto addirittura a risuscitare modelli di relazioni internazionali che risalgono ai primi anni dell’Ottocento, come la famigerata dottrina Monroe, evocata di recente dall’eminenza grigia John Bolton rispetto al Venezuela.

Il campo delle forze cosiddette populiste non rappresenta da questi punti di vista alcuna alternativa, anche perché comprende forze tra loro profondamente diverse. Nulla hanno in comune la Lega da un lato e i Cinquestelle dall’altro, se non un miope appetito di potere di settori neoministeriali legati al cosiddetto cerchio magico di questi ultimi, che però stanno portando il loro movimento allo sfascio in termini rapidi. Né prospettive positive possono finora evincersi dalle convulsioni dell’ex sinistra, dalle varie componenti del Pd, compresa quella vincente di Nicola Zingaretti che sulle questioni di fondo, dal Tav al Venezuela, conferma la sua piena subalternità al neoliberismo.

Un’alternativa a quest’ultimo è invece oggi più che mai necessaria e urgente. E su questo va misurata la qualità dei progetti politici, oggi ancora fortemente minoritari, che intendono mettere a punto un’alternativa reale sia alla fallimentare politica dei ceti dominanti europei, da Jean Claude Juncker ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron, sia alla finta alternativa delle destre. L’affermazione di tali progetti politici alternativi costituisce l’unica possibilità di rilanciare l’integrazione europea, processo che continua a dimostrarsi indispensabile nel mondo globalizzato di oggi, ma a condizione di cambiare totalmente orientamento e natura. In altre parole l’Europa, per sopravvivere, deve seppellire le proprie attuali classi dirigenti. È stato fatto anche in altre contingenze storiche, dato che la storia dell’Europa è anche, e soprattutto, storia di rivoluzioni.

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