Chiedere a Franco Grillini dei suoi 35 anni di militanza nelle istituzioni, di quell’orgoglio gay portato in Parlamento, nelle strade e nelle piazze (in maniera pacifica sì, ma rumorosa e colorata, impossibile da ignorare) significa fare un salto nella storia del nostro Paese. Scorrere le fotografie di come era, di come è oggi e infine pensare a come sarà domani. Significa parlare di politica, di ciò che distingue destra e sinistra, di diritti civili e delle libertà dell’individuo. “Compagno busone” lo definì un operaio nel 1982, durante un’assemblea entrata ormai nella leggenda. Oggi Franco Grillini, padre del movimento Lgbt, tra i fondatori dell’Arcigay e primo parlamentare dichiaratamente omosessuale, ha 64 anni e nella sua casa del centro storico di Bologna sta portando avanti l’ennesima lotta. “Vivo con un tumore cronico, controllato dalle medicine. Ho visto che ci si vergogna, ci si nasconde. Penso che ci vorrebbe una grande campagna culturale per dire che la malattia non è una colpa”. In fondo, “è una battaglia per la visibilità anche questa”.

L’ultima di tante. “Sono orgoglioso di essere un politico di professione, nel senso più nobile del termine. Perché ho sempre fatto politica non per interessi personali ma per cercare di portare in tutte le istanze una cultura di libertà, di diritti civili insieme con i diritti sociali. Noi – racconta – siamo sempre stati tormentati dal fatto di non essere prioritari. Ci dicevano che non era una questione urgente, che prima dovevano venire i diritti sociali. Ma è un’idiozia separare le due questioni”.

Quella del movimento Lgbt, dice, è stata una “rivoluzione gentile” e irreversibile. “Dal punto di vista culturale abbiamo già vinto, non si torna più indietro, nonostante quello che dicono i vari Pillon e Fontana. Abbiamo cambiato la mentalità delle persone, che è la cosa più difficile. Ma da un punto di vista legislativo può succedere di tutto: se in Parlamento si forma una maggioranza omofoba, i diritti possono essere ridotti o addirittura cancellati. È già successo nel Brasile di Bolsonaro, per esempio”. A tre anni dalla legge che ha introdotto le unioni civili e nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall (a New York, nel 1969) non è quindi il momento di uscire di scena. “Bisogna tenere alta la guardia, scendere in piazza tutte le volte che è necessario per fermare chi ci vuole portare indietro”. E ricordare che “le unioni civili sono solo il primo passo, perché noi rivendichiamo il matrimonio egualitario. E rivendichiamo una legge contro l’omofobia che dica finalmente che il razzismo omofobico è un reato”