I modi e i toni sprezzanti con cui il belga Guy Verhofstadt ha apostrofato Giuseppe Conte in occasione del discorso del nostro premier al Parlamento europeo sono ovviamente censurabili e offensivi. Ma altrettanto offensiva, per il nostro Paese, è stata la reazione di buona parte della grande stampa italiana. Diversi commentatori, il giorno dopo il misfatto, hanno sintetizzato la faccenda come se la gaffe l’avesse commessa non Verhofstadt offendendo Conte, ma semmai Conte difendendosi da Verhofstadt.

La giustificazione per questo approccio vistosamente, e masochisticamente, anti-italiano è stata del tipo: l’Italia è sempre più isolata a livello internazionale. Per certa intellighenzia nostrana è meglio contare zero nei consessi di Bruxelles (e ricevere in compenso tante pacche sulle spalle alle cene di gala) piuttosto che far finalmente valere gli interessi del popolo italiano (e beccarsi, in contraccambio, gli insulti di un Verhofstadt qualsiasi). Ciò dipende da un inveterato e immotivato complesso di inferiorità che ci trasciniamo dietro da decenni.

Lo stesso inferiority complex ha alimentato le leggende metropolitane sulla nostra presunta incapacità di competere alla pari con i cugini e i parenti d’oltralpe. Questa, grossomodo, è la ragione per cui l’intellettuale medio italiano, sedicente di sinistra – e sia pure con lodevoli eccezioni – in un caso come quello dello scontro dialettico Conte-Verhofstadt si sente offeso più dal fatto che Conte abbia osato sfidare le sclerotiche istituzioni comunitarie che non dall’incontinenza verbale e dall’insofferenza spocchiosa del belga.

Ma la vicenda offre anche un altro spunto di riflessione a proposito dell’epiteto impiegato dal ghignante Guy per offendere il serafico Conte: “burattino”. Non è un’ingiuria originale; anzi, si potrebbe classificarla come la madre di tutte le ingiurie quando si verte in tema di comunicazione o di politica. Dare a qualcuno del burattino significa ritenerlo un docile fantoccio nelle mani di qualche puparo nelle retrovie. Sennonché, c’è burattino e burattino. Conte – nelle intenzioni di Verhofstadt – è un burattino teleguidato da Luigi Di Maio e da Matteo Salvini.

Se anche ciò fosse vero – e non lo è (Conte è l’indispensabile fattore di sintesi tra due forze politiche segnate da una genetica e inestricabile commistione di attrazioni e repulsioni reciproche) – i suoi burattinai non dovrebbero destare alcun allarme né agli occhi dei sostenitori del governo Conte né agli occhi dei suoi detrattori. I supposti “pupari” del premier – o per dir meglio, i suoi azionisti di riferimento – coinciderebbero infatti con i leader delle due forze politiche oggi più popolari e votate nel Paese. Essi sarebbero, soprattutto, dichiarati, evidenti, rintracciabili a colpo d’occhio. Insomma, l’esatto contrario del burattinaio tipo cui allude, in genere, chi ricorre a tale contumelia.

Ora chiediamoci: potrebbe Verhofstadt dire altrettanto laddove un sovranista desse del burattino a lui o a qualcun altro dei membri di punta dell’establishment europeo? Non ne siamo sicuri. E sapete perché? Perché i burattinai di molti ultra-zelanti europeisti – e tra questi anche soggetti della stessa schiatta di Verhofstadt – non sono affatto omologabili a figure pubbliche come Salvini e Di Maio (cioè politici eletti e votati da milioni di persone di cui si può dire tutto il male possibile, tranne che siano privi di un’investitura popolare).

Parliamo, piuttosto, di centraline di potere opache, le quali prosperano nell’ombra e utilizzano le bizantine, farraginose, pletoriche torri di Babele comunitarie come stanza di compensazione per far prevalere, sotto una patina di rispettabilità istituzionale, i propri privatissimi interessi sulle priorità pubbliche che il Parlamento europeo e la Commissione dovrebbero privilegiatamente rappresentare.

In un documentario del 2012, The Brussels business, girato dai registi Friedrich Moser e Matthieu Lietaert, viene accuratamente spiegato come nella capitale belga, nei pressi del piazzale Schumann, dove spiccano gli edifici della Commissione e del Consiglio, si assiepano gli uffici delle più grandi multinazionali, i loro quartier generali, più di 2.500 palazzi appartenenti ai veri protagonisti del “sogno” europeo. Insomma, potremmo concludere che non tutti i burattinai sono uguali. E quelli che Verhofstadt intravede dietro Giuseppe Conte sono assai meno inquietanti di quelli che noi intravediamo dietro Verhofstadt.

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