Enrico Mentana è stato citato in giudizio più di 300 volte. Marco Travaglio 250 – prima di diventare direttore de Il Fatto Quotidiano, e poi si perde il conto. Milena Gabanelli solo una sessantina di volte: ma con richieste di risarcimento che in totale sfiorano i 300 milioni di euro. E con questi numeri, uno pensa: come può essere tutto infondato? Poi leggi di una delle ultime querele recapitate a Mario Calabresi. Così accurata e circostanziata che è stata indirizzata a suo padre. Assassinato da Lotta continua nel 1972.

I giornalisti vincono il 92% delle cause di diffamazione. Ma intanto, tra la notifica e la sentenza, la sentenza definitiva, che succede? Perché in media, passano nove anni. E succede che ti sfasci la vita. Che vivi, e soprattutto, fai vivere chi vive con te nella tensione, nel nervosismo. Nell’incertezza. Perché appunto, ti chiedono milioni e milioni di euro: dopo averti magari rinchiuso in una stanza e minacciato di morte, come capitò nel 2013 a Fabrizio Gatti, firma di punta dell’Espresso. Come dice Milena Gabanelli: “Per tanti la diffamazione inizia quando dici Buonasera e finisce quando dici Arrivederci”. Non sono cause di diffamazione, ma di dissuasione. Perché quello che succede, intanto, è che smetti di scrivere. O più spesso, che scrivi altro. Che ti autocensuri.

Fa parte del mestiere. Fa parte della battaglia. E Concita De Gregorio, alla guida dell’Unità dal 2008 al 2011, sotto l’ultimo governo Berlusconi, non si è mai tirata indietro da nessuna battaglia. La sua Unità era il quotidiano di un’altra sinistra. Una sinistra che non parlava di clandestini ma di migranti, parlava di mafia, di appalti e corruzione. Di scuola e sanità. Era il quotidiano di un’altra Italia: un’Italia in cui gli editoriali avevano la firma di Alessandro Leogrande. E non una battaglia è stata una battaglia sleale: Concita De Gregorio non ha mai avuto una querela per diffamazione. Mai. Ma quando sei il direttore di un giornale, sei responsabile anche di quello che scrivono i tuoi giornalisti. Ed è per questo che sta pagando – e che deve ancora pagare: altri cinque milioni di euro, in altre 145 cause. Tutte cause civili, in più. Non penali. Che per chi accusa, sono molto meglio. L’accusato, infatti, ha meno mezzi di difesa, e non c’è la fase delle indagini preliminari – in cui vengono archiviate il 70% delle querele contro i giornalisti. E soprattutto, in attesa della sentenza è possibile ottenere il sequestro cautelativo dei beni dell’accusato. Anche se la sentenza, appunto: arriva dopo anni. Anni in cui intanto, cosa fai? Come campi?

Tra l’altro, Concita De Gregorio ha già pagato la sua quota di responsabilità. Il 10%. Ma la responsabilità è in solido. E quindi sta pagando anche per i giornalisti, e soprattutto, anche per l’editore, che risponde dei danni per l’80%: e che nel 2014 è fallito. Ed è sparito. Ma così, che editore è? Che imprenditore è? Capita di fallire: si chiama “rischio di impresa“. E non è accettabile che sia ripartito tra i dipendenti: perché un imprenditore non ripartisce certo i suoi profitti.

L’Osce è stata inequivocabile. La nostra legge sulla stampa, che è del 1948, è da cambiare. “Le sanzioni sono sproporzionate ai danni arrecati”.

E non è che sia complicato cambiarla. Il problema è che qui chi querela un giornalista, e poi perde, non deve niente a nessuno. Nel diritto anglosassone, invece, se chiedi un risarcimento di 10 milioni di euro, e poi perdi, e poi il giudice dice che è stata una causa temeraria, sei tu a risarcire il giornalista: con il doppio di quello che avevi chiesto. Perché il danno è stato non solo al singolo giornalista, ma a tutti: alla libertà di informazione. Che è in pericolo soprattutto in un Paese come l’Italia. In cui solo un terzo dei giornalisti ha un contratto a tempo indeterminato. E quindi difesa legale. Per tutti gli altri, il problema non è neppure l’editore che fallisce: il problema è l’editore che manco c’è.

La storia di Concita De Gregorio sembra uno scontro tra un giornalista e il suo editore, ma è in realtà uno scontro tra governanti e governati. Controllori e controllati. Uno scontro in cui la vera arma non sono le querele, che giustamente, tutelano il diritto a non essere diffamati: ma una legge che le facilita e incentiva. Perché sparare a un giornalista, oggi? Non conviene: fa notizia. Conviene molto di più sfiancarlo. Logorarlo. E che cambi mestiere. Che si elimini da solo.