Parigi, primi del Novecento. Una donna leggiadra ma caparbia, musicista di grande avvenire, la cui vita si spezza presto per il morbo di Crohn, malattia non facile da curare all’epoca. Si chiamava Lili Boulanger (1893-1918): era sorella della più famosa Nadia, oggi presente nei cartelloni concertistici internazionali. La musicologa Fiorella Sassanelli, dottoratasi a Parigi e docente di Lettura della partitura al conservatorio di Bari, in Lili Boulanger: frammenti ritrovati di una vita interrotta (Barletta, Cafagna Editore, 2018) ricostruisce la vicenda biografica e umana della giovane artista. L’autrice si basa in primis su un ricco materiale epistolare in francese con versione italiana a fronte, proveniente da una valigia di documenti lasciati da Nadia: gli eredi li conservarono, vietandone la consultazione fino al dicembre 2011.

Lili condusse un’esistenza singolare. Anche per la salute precaria non seguì studi regolari in Conservatorio, ma dopo solo tre anni e mezzo di lezioni private, il 5 luglio 1913, vinse il prestigioso Prix de Rome. Compose melodie per voce e pianoforte e brani pianistici, cameristici e sinfonico-corali. Nonché un’opera, La princesse Maleine, scritta fra il 1916 e il 1918, tratta dalla pièce omonima di Maurice Maeterlinck (1889).

La musica sottolinea e amplifica i temi salienti di questo dramma giovanile del poeta belga, corroborati dalla tragica esperienza esistenziale della guerra: la violenza contro l’onestà e la giustizia, la fatalità, il destino. In pagine squisite Sassanelli ci introduce alle composizioni, dipinge l’ambiente artistico, sociale e politico dei primi del Novecento, descrive con tenerezza i rapporti di Lili con la famiglia. La madre, Raissa, dopo aver studiato canto a Pietroburgo, frequenta nel 1876 al Conservatoire di Parigi i corsi di musica vocale di Ernest Boulanger.

L’anno dopo si sposano: lui ha 43 anni più di lei, si spegnerà nel 1900. Lili ha sei anni e mezzo, e la perdita la segnerà per sempre. Raissa aprirà un salotto culturale cui accederanno musicisti e intellettuali di nome. Nadia concluderà gli studi e sarà presto in grado di provvedere all’economia della famiglia. Le due sorelle hanno un rapporto intensissimo. Nadia coccola Lili, ne fa la propria figlia, sublimando il dolore di non aver avuto figli propri. Lili la chiama Maminette. L’affetto si alimenta d’interessi culturali, poesia, musica.

Quando Lili muore, Nadia scrive due righe che trafiggono il cuore: “questa stanza, le ultime ore, la bocca che si chiudeva, il cielo luminoso, che tristezza, che strazio. Non riesco a immaginare che tutta questa tenerezza, che tutta questa felicità siano finite per sempre”. Sassanelli ha scritto davvero un bel libro, utile ai musicologi, piacevole per i musicofili.

Roma, primi del Settecento. Uno dei massimi compositori dell’epoca, Alessandro Scarlatti (1660-1725), palermitano, lavora fin da ragazzo a Roma, poi a Napoli, indi di nuovo a Roma: sforna a dozzine partiture per i teatri e le chiese. Alla musica da chiesa Luca Della Libera, docente nel conservatorio di Frosinone, dedica un libro importante, frutto di anni e anni di ricerche su fonti di prima mano: La musica sacra romana di Alessandro Scarlatti (Kassel, Verlag Merseburger Berlin, 2018).

Nella prima parte il musicologo investiga l’ambiente romano in cui operò il compositore: fa un quadro delle istituzioni musicali – gli oratori di S. Girolamo della Carità e dei Filippini, la basilica di S. Maria Maggiore, la Cappella pontificia, tra tante – e classifica con tatto gli stili e le tendenze musicali dell’epoca. Emerge il complesso contesto culturale che forniva le occasioni per comporre ed eseguire musiche di altissima qualità.

Nella seconda parte ripercorre la biografia di Scarlatti: il primo soggiorno a Roma, dove la politica restrittiva di papa Innocenzo XII nei confronti del teatro in musica non facilitava gli operisti; il trasferimento a Napoli, corte e città che invece coltivavano con fasto il teatro d’opera; il secondo soggiorno a Roma fino al 1709, durante il quale Scarlatti compose soprattutto oratori e musica da chiesa.

Nella terza parte del saggio, Della Libera affronta il repertorio: analizza e discute partitamente le composizioni, in primis le musiche per il cardinal Pietro Ottoboni (1667-1740) e la Cappella pontificia. Scarlatti risponde sì alla tradizionale severità richiesta dall’ambiente, ma indulge anche a forme nuove di espressività. Sulla base di lettere, contratti, carteggi e diari, il musicologo esamina anche la produzione per committenti vari, non legata dunque a istituzioni e mecenati. Le composizioni – lo splendido Miserere, la Messa breve a Palestrina, la Messa per il ss. Natale – sono esaminate sotto il profilo sia filologico sia analitico.

Il libro di Della Libera è un testo imprescindibile per la conoscenza di Scarlatti e delle sue musiche sacre: esibisce bravura nella ricerca specifica e piena padronanza degli studi storici e musicologici internazionali.

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