Un gruppo imprenditoriale storico che scappa via da Genova, appena cinque anni dopo averla scelta come sede. E che, pur non trovandosi nella zona rossa, indica tra i motivi dell’abbandono le difficoltà seguite al crollo del ponte Morandi. È il caso della Giugiaro Architettura&Structures, costola del gruppo Giugiaro specializzata in produzione di rivestimenti e vetrate per grandi edifici, treni e navi. Fondata nel 2014 da Fabrizio Giugiaro, figlio del celebre designer Giorgetto, fino allo scorso maggio ha avuto sede nel quartiere di Bolzaneto, in Valpolcevera, a qualche chilometro di distanza dal viadotto crollato.

Poi la scelta di aprire un nuovo centro operativo a Colognola ai Colli, vicino Verona, dove è stata trasferita la sede legale. Fino al 6 febbraio, quando ai 32 lavoratori dello stabilimento di Genova viene notificato l’avvio della procedura di licenziamento collettivo: Giugiaro in Liguria chiude, l’intera produzione si sposta in Veneto. Nello spiegare le ragioni della scelta, l’amministratore unico Alberto Fumagalli fa esplicito riferimento al dramma del 14 agosto: “A seguito del tragico crollo del ponte Morandi – si legge nella lettera inviata ai dipendenti – nonostante siano state attivate misure di viabilità alternativa, la logistica dell’area è stata fortemente penalizzata sia per quanto riguarda gli approvvigionamenti sia con riferimento all’operatività del sistema portuale, con ripercussioni sull’attività”.

È la prima grande azienda, tra quelle non direttamente coinvolte dal crollo, a scegliere di chiudere. Nei mesi scorsi, infatti, avevano alzato bandiera bianca la Lamparelli (una ditta di autodemolizioni), la Piccardo e la Vergano (fornitrici di materiali da costruzione). Ma si tratta, appunto, di realtà localizzate a pochi metri dal viadotto. Diverso il caso di Giugiaro architettura, il cui stabilimento è oltre 7 chilometri più a nord. Nella lettera ai 17 operai e ai 15 impiegati, l’amministratore Fumagalli ripercorre le difficoltà imprenditoriali vissute negli ultimi anni dall’azienda: a partire dal ritiro di una ricca commessa araba nel 2015, che costrinse a ridimensionare l’organico portandolo da 62 a 38 dipendenti.

Da allora, “nonostante gli sforzi realizzati in questi anni per salvaguardare l’occupazione nell’area genovese – si legge – le criticità di carattere logistico e sul fronte della disponibilità di idonee competenze non hanno consentito di operare ulteriori investimenti”. A Genova, infatti, sarebbe scarsa l’offerta dei profili professionali richiesti da Giugiaro, “stante la differente vocazione industriale della città”. Da qui la decisione di emigrare nel Nordest, dove c’è “maggiore disponibilità” di quelle competenze. E, soprattutto, dove “la prossimità fisica a tutti i principali fornitori consente un significativo contenimento dei costi di trasporto”, a differenza di ciò che accade per la sede di Bolzaneto, semi-isolata dopo il collasso del ponte. Inoltre, la società reputa “assolutamente sproporzionato rispetto agli attuali valori di mercato” il prezzo dei locali dello stabilimento, acquistato con formula “rent to buy” e il cui riscatto è fissato per la fine di maggio. In tutta la Valpolcevera, infatti, negli ultimi mesi gli immobili hanno subito un notevole deprezzamento dovuto alla difficoltà di raggiungere i quartieri.

In attesa di un incontro con i vertici della società, i lavoratori hanno proclamato due giornate di sciopero, oggi (venerdì 8, nda) e lunedì 11 febbraio. I sindacati accusano la Giugiaro di scorrettezza, perché l’amministratore avrebbe rassicurato fino all’ultimo i dipendenti, per poi notificare loro da un giorno all’altro l’avvio della procedura. “Abbiamo iniziato a sospettare all’inizio del 2018, quando ci è stata comunicata l’apertura della sede di Verona e abbiamo notato movimenti strani: macchinari che sparivano e ricomparivano in Veneto, operai che si licenziavano e non venivano sostituiti”, dice a ilfattoquotidiano.it Andrea Boghi, delegato sindacale Fiom-Cgil. “Ma il dottor Fumagalli ci ha sempre rassicurato che la produzione sarebbe continuata”.

Non è piaciuto nemmeno il riferimento al crollo del viadotto: “Strumentalizzare una tragedia usandola come giustificazione di un licenziamento collettivo è una mossa di cattivo gusto”, commenta Ivano Mortola dei metalmeccanici della Cgil di Genova. “La decisione era probabilmente stata già presa a maggio, quando l’azienda ha trasferito la sede legale in Veneto. Per quanto riguarda le difficoltà logistiche e i costi, sicuramente sarebbe stato possibile trovare una soluzione condivisa, coinvolgendo le istituzioni. È quello che cercheremo di fare nei prossimi giorni”. E l’assessore al Lavoro della Regione Liguria, Gianni Berrino, condivide l’interpretazione del sindacato: “La mia sensazione è che il ponte Morandi c’entri davvero poco con questa scelta – dice al ilfatto.it – probabilmente il riferimento è dettato dalla volontà di rendere la decisione meno indigesta. Parleremo con l’azienda e cercheremo di evitare in ogni modo un’ulteriore erosione del tessuto imprenditoriale di Genova”.

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