Cosa vuol dire per lei il denaro? La domanda è posta da una bambina a Daniela Santanchè nella puntata di qualche giorno fa di Alla lavagna, trasmissione di Rai 3 nella quale 18 studenti dai nove ai 12 anni rivolgono quesiti tra il privato e il sociale a personaggi della politica, della cultura e dello spettacolo.

Il programma si svolge in una classe ma non è una lezione: è piuttosto un’intervista collettiva di bambine e bambini a persone adulte vip. Meglio sarebbe che le persone adulte intervistate fossero (anche) non famose mediaticamente, ma non si può avere tutto: la dura legge dell’audience è tiranna anche in una rete che dice di fare cultura, si sa. L’idea di Alla lavagna è interessante e inquietante allo stesso tempo, perché questi piccoli sono ancora (e giustamente dal punto di vista anagrafico) dei bambini e delle bambine, ma la tv, con i suoi ritmi, le sue esigenze di tempi e regia connesse con l’inevitabile finzione li rende un po’ mostruosi: la corsa al selfie, il tono furbetto di chi ha imparato a memoria la domanda trabocchetto, l’annuncio malizioso della prova a “sorpresa”, quel scimmiottare l’intervistatore adulto visto a casa dalla tv o, meglio, dal cellulare in uso fin da quando si stava da poco in piedi senza il girello.

La risposta della senatrice alla domanda sul denaro è stata: “È l’unico vero strumento di libertà. I soldi servono per essere liberi. E poi mio papà ha insegnato a me e ai miei fratelli che chi paga comanda. E lo dico a te che sei una donna. Pagare i propri conti significa anche comandare. È un grande strumento di libertà il denaro”. Come darle torto? Il femminismo ha sempre sottolineato che una donna non può dirsi libera se dipende economicamente da un uomo: padre, marito, amante, fratello che sia. Ogni madre o donna adulta che abbia a cuore una più giovane mette questa affermazione ai primi posti nell’educazione di una fanciulla.

Quello che fa problema è il collegare l’autonomia economica con il comando. Questa connessione fa riprecipitare dentro al sistema di dominio patriarcale che la prima parte dell’affermazione sembrava voler allontanare dall’orizzonte della bambina. Come a dire: se hai i soldi e quindi sei libera hai la facoltà di comandare, (ovviamente su chi ha meno di te). Come a dire che avere autonomia economica è sinonimo di dominio. Che autonomia triste, che ossimoro mortifero una libertà che si esprime nel poter dare ordini in virtù di ciò che si può pagare.

Non descrive, questa affermazione, il temporaneo potere che ha il cliente sulla prostituta che compra? Detto da una donna a una bambina questa affermazione suona più come una maledizione che un viatico di libertà. Quando i mezzi, gli strumenti, quale il denaro rappresenta, assumono le fattezze del fine si rischia di fare disastri ed è un bene discutere di questo, perché in Italia la confusione tra mezzi e fini sembra sempre più diffusa: la Santanchè ha espresso ad alta voce, in quella scuola, un pensiero e una cultura trasversale ben radicata nella nostra società in merito al denaro e al potere.

Nel complesso la parola che associo all’intervista alla Santanchè è mestizia: tolto il momento inaspettato del lavoro a maglia, che per qualche momento l’ha resa simpatica e rilassata, quei 24 minuti mi hanno lasciato l’impressione di una testimonianza faticosa, cupa, priva di speranza. E contraddittoria: come si fa a parlare di libertà a una bambina, (pur legandola al denaro connesso al comando) per poi inchiodarla allo stereotipo della viperetta, asseverando l’inossidabile pregiudizio secondo il quale tra le donne non ci può essere solidarietà e amicizia?

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