di Roberto Santaniello

L’Europa mascherata, come la definiva Jacques Delors, è di fatto finita con il trattato di Maastricht, mettendo a nudo la debolezza culturale e comunicativa delle istituzioni europee e l’assenza di uno spazio pubblico europeo. A ciò si aggiunga che dal Trattato di Unione europea in poi la concezione guida del progetto europeo è scivolata progressivamente verso il metodo intergovernativo che mette al centro dei processi politici gli Stati e non le istituzioni comuni.

L’approccio intergovernativo, che si è consolidato parallelamente al più grande allargamento che l’Unione europea abbia mai conosciuto, si è tradotto in un crescente deficit di efficienza. Tutto questo nel momento in cui i processi di globalizzazione hanno iniziato a rimodellare la geografia politica ed economica del pianeta. Come tutti i processi innovativi, essa ha certamente alimentato dinamiche positive e contribuito a migliorare la prosperità economica e sociale di diverse aree del mondo, ma allo stesso tempo, in particolare in Europa, ha innescato incontrollabili e incontrollati sentimenti di paura, anche in mancanza di soluzioni concrete da parte dell’Unione europea.

La crisi finanziaria del 2008 e l’emergenza dei rifugiati del 2015 hanno impresso un poderoso slancio ideologico e politico alle forze nazionaliste, sovraniste e populiste. La rivolta delle forze controrivoluzionarie illiberali, un mix di movimenti e partiti di natura e identità molto diverse, ha cavalcato i sentimenti di ansia e di insicurezza e ha scelto l’Unione europea come soggetto politico su cui picchiare duro per guadagnare consensi elettorali. Lo scontro si rivela sempre più frontale e l’Europa accusata di essere la fonte di tutti i mali, dalla mancata crescita alla perdita di posti di lavoro, dall’invasione di migranti al terrorismo islamico.

Questo composito fronte di forze illiberali ha trovato potenti alleati al di fuori del perimetro del Vecchio Continente, Stati Uniti e Russia. Se il sostegno di quest’ultima a queste forze non può stupire, l’appoggio dell’amministrazione Trump ha il sapore amaro di una mutazione genetica contro natura. L’Europa non solo si ritrova senza un alleato storico, sponsor più o meno nascosto della sua nascita e della sua evoluzione, al contrario ha di fronte a sé una superpotenza che la vuole indebolita, se non dissolta.

Le élite nazionali sotto assedio, quasi tutte raccolte attorno alle famiglie della tradizione liberal-democratica, si sono strette a difesa dello status quo senza avere la forza e la determinazione di contrapporre una visione autenticamente illuminata. Incapaci di avviare una dignitosa (e doverosa) analisi critica sulle ragioni che hanno favorito lo sviluppo delle forze illiberali (crisi del welfare, diseguaglianze crescenti, esclusione sociale) si sono limitate a mettere in atto politiche ultraliberiste, lasciando colpevolmente nel dimenticatoio quel sapiente mix politico rappresentato dall’economia sociale di mercato, vero marchio di fabbrica della tradizione solidaristica continentale. In tema di migranti, le stesse forze liberal-democratiche hanno semplicemente rincorso le forze nazionaliste e sovraniste, senza affrontare alla radice la questione dei fenomeni migratori di massa con una strategia di lungo periodo e senza mettere in atto un’azione culturale da contrapporre alla retorica emozionale dei contro-rivoluzionari.

Come si esce da questa crisi di politiche e di valori? Con il forte impegno a contrastare la paura e l’insicurezza, e rimettere in moto un processo virtuoso che prenda avvio da ciò che di positivo ha realizzato l’integrazione europea. La direzione verso cui muoversi la indica ancora una volta il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita. La sua visione resta il fondamento per la futura azione politica delle forze liberaldemocratiche. Alcuni passaggi sembrano scritti in questi giorni. “Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarriti, non avendo dietro di sé uno spontaneo consenso popolare, ma solo torbido tumulto di passioni. Pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare”. L’analisi espressa da Spinelli e Rossi nel 1941 resta di un’attualità impressionante, anche quando punta l’indice sugli avversari e i processi politici da contrastare. “Le forze reazionarie – continuano i due – cercheranno di far leva sulla restaurazione dello stato nazionale”. Visione lucida che individua, inoltre, il terreno ideologico del conflitto politico.

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