“Prodotto importato dalla Cina”: questa è l’indicazione di provenienza specificata sulle etichette delle confezioni di filetti di merluzzo vendute nei supermercati francesi. Ma come è possibile che una specie ittica pescata nelle acque dell’Atlantico del Nord passi per il Paese di Mezzo e poi finisca sugli scaffali della grande distribuzione organizzata in Europa? L’emittente francese France 5, in una recente inchiesta, ha cercato di far luce sui motivi di questo viaggio improbabile del merluzzo nordico – e i risvolti sono stati a dir poco sorprendenti.

Le doc du dimanche "Mollo sur le cabillaud"

Avant d'atterrir dans nos congélateurs, le cabillaud péché en Norvège est envoyé en Chine. 15 000 km de voyage pour économiser sur la main d'oeuvre. Et ce n'est pas tout…(Re)voir "Mollo sur le cabillaud" dans Le doc du dimanche ►http://bit.ly/DocDimanche_Cabillaud

Pubblicato da France 5 su Venerdì 18 gennaio 2019

Il merluzzo è il pesce preferito dei francesi: gli ultimi dati dell’Osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura (Eumofa) indicano chiaramente che è tra le specie più consumate nel paese, seconda solo al salmone. L’aumento esponenziale della domanda, tuttavia, ha portato paesi come la Norvegia, uno dei principali esportatori di merluzzo nordico, non solo a impiegare metodi di pesca industriale poco sostenibili, ma anche a compiere altre scelte di dubbia natura etica per mantenere un vantaggio competitivo sul mercato internazionale.

Ed è qui che fa il suo ingresso la Cina. Il merluzzo pescato dalla Norvegia viene, infatti, spedito nelle fabbriche cinesi per essere sfilettato a un costo di manodopera inferiore. Ma non è tutto: ai filetti di merluzzo viene, successivamente, riservato un trattamento speciale per aumentarne il volume, che consiste in iniezioni o bagni di acqua. Il prezzo, di conseguenza, subisce un rincaro ma, come afferma il ricercatore Stephane Desorby, i consumatori francesi “in realtà pagano per l’acqua più che per il pesce in sé”. Inoltre, spesso i filetti di merluzzo vengono trattati con l’E-451, un trifosfato pentasodico che serve a prevenire il processo di ossidazione e il cui impiego è legale nell’Ue, ma solo entro certi limiti e rispettando rigide regole di etichettatura.

I consumatori francesi ora si interrogano giustamente sulla qualità e la trasparenza di un prodotto a cui viene fatto fare un viaggio di 30.000 chilometri, tra andata e ritorno, per essere sfilettato, gonfiato con dell’acqua e trattato con agenti chimici. Tuttavia, il problema ha una portata più ampia e la vera domanda da porsi è un’altra: il recente aumento esponenziale del consumo di pesce giustifica davvero queste e altre pratiche che non solo mettono a rischio la salute dei consumatori e minacciano la sostenibilità ambientale, ma che soprattutto non prendono minimamente in considerazione il benessere dei pesci pescati e allevati?

Troppo spesso, purtroppo, ci si dimentica infatti che i primi a risentire delle conseguenze dannose della pesca industriale e l’acquacoltura intensiva sono proprio i pesci stessi: esseri senzienti, in grado di costruire delle complesse relazioni sociali e dalla sfera emotiva più articolata e sfaccettata di quanto si possa pensare. In particolare, le implicazioni della senzienza dei pesci, riconosciuta oramai dall’unanimità della comunità scientifica, pongono dei quesiti etici difficili da ignorare: se i vertebrati acquatici sono in grado di provare dolore proprio come gli animali terrestri, perché la loro sofferenza viene trascurata senza scrupoli dall’industria ittica?

L’importanza di affrontare questo tema è fondamentale, a maggior ragione alla luce dell’ultimo report della Fao che conferma l’acquacoltura come la fonte principale di approvvigionamento per il consumo di prodotti ittici. Ma l’itticoltura praticata a livello nazionale e internazionale è essenzialmente di carattere intensivo e le diverse fasi di produzione non differiscono da quelle degli allevamenti degli animali terrestri. A differenza di questi ultimi, però, i pesci non rientrano in nessun quadro normativo esaustivo che ne tuteli i diritti e ne riduca la sofferenza in fase di stordimento e uccisione. La nostra ultima indagine ha messo in luce proprio le disastrose conseguenze di questo vuoto legislativo, che si manifestano nel modo brutale in cui i pesci vengono trattati durante le fasi di allevamento, cattura e abbattimento.

In uno scenario futuro dove le prospettive di consumo di prodotti ittici è destinato ad aumentare, è fondamentale diffondere informazioni più accurate sull’etologia dei pesci e sulle terribili condizioni in cui versano quotidianamente negli allevamenti intensivi. Perché i consumatori, con le loro scelte alimentari, hanno la possibilità di fare la differenza, lasciando i pesci fuori dalla loro dieta e spingendo affinché anche i diritti di questi animali vengano finalmente riconosciuti.

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