Milano, circolo Arci Bellezza. La bruma – che qui chiamano scighera – fa tremare la luce dei lampioni e la scritta azzurra dell’insegna “Ballo liscio e danze popolari” si scorge appena. Il cortile è occupato dai tavoloni scuri di ciò che resta di un mercatino. Gli ambulanti stanno sbaraccando. Mi avvicino a uno di loro. “Una riunione del Pd, qui? Non ne so nulla. Ho smesso di interessarmi della politica, troppa corruzione” mi butta lì, a denti stretti. Salgo le scale, accompagnato da locandine di film d’essai e storie di partigiani. Entro, e prima che la ragazza dietro a un banco da scuola blu acqua mi chieda la tessera, le faccio la stessa domanda. “Il Pd qui? Non mi risulta. Aspetti, mi informo”. Scompare dietro a una doppia porta in legno chiaro. “Sì, è giù. Dove c’è la palestra”.

Scendo. Nel corridoio deserto tre signore parlottano a bassa voce e si interrompono per osservarmi. Entro in sala, sono solo. “Sei un organizzatore, come mai non c’è nessuno?” mi domanda un ragazzo che è spuntato alle mie spalle. “Mi chiamo Davide” si presenta, visibilmente agitato. “Sono il relatore della mozione Corallo, speriamo vada tutto bene”. Davide, che di cognome fa Jin ed è figlio di immigrati cinesi, studia Giurisprudenza, ha 22 anni e, oltre a condire i propri pensieri con qualche “cazzo” e “merda”, ha le idee chiarissime: “Dobbiamo cambiare la classe dirigente. Al partito servono i giovani”. 

Di lì a poco, alla spicciolata, entreranno un centinaio di persone. Baffi, teste canute sotto coppole invernali, taccuini e penne per prendere appunti. Età media: soglia da pensione senza quota 100. E i giovani col lanternino: gli under 30, alla fine, saranno quattro (me compreso). “Al partito servono i giovani”. Gli stessi che riempiono i banchetti della Lega e che ripetono a raffica gli slogan del Capitano come dei mini-Salvini. O quelli che hanno scelto, in massa, il M5s perché non si sentivano rappresentati dai vecchi tromboni. 

È passato quasi un anno dalle elezioni in cui il Partito democratico ha preso tra il 18 e il 19%. E a un anno dalla disfatta, la sensazione è che nessuno sappia dove andare (ne è un esempio l’asse con Forza Italia e Fratelli d’Italia per abrogare il reddito di cittadinanza) e cosa sia successo. Né i dirigenti né gli iscritti. La prova arriva – anche – dalle primarie: la candidatura di ben cinque persone, con annessi giochini di “poltrone” per non permettere al vincitore di superare quota 50% (necessaria per eleggere il segretario senza passare dalla conta dell’Assemblea), che militanti e iscritti non comprendono. “Ne bastavano due”, “il partito è ancora troppo spaccato”, “le idee sono troppo vaghe, serve concretezza”, “Corallo chi?” mi sento dire all’Arci Bellezza, dove sono riuniti i quattro circoli del Municipio 5. La confusione regna sovrana anche tra i duri e puri. Figuriamoci tra gli altri.

Sul palco, intanto, si alternano gli interventi dei cinque che presentano le mozioni. E qui viene il bello: al termine, sono previste le repliche dei relatori e la prima a prendere la parola è Ada Lucia De Cesaris (ex vicesindaca di Milano a sostegno, ora, della coppia Giachetti-Ascani). Che ne ha per tutti: per Martina (rappresentato quella sera dal capogruppo in Consiglio comunale, Filippo Barberis), reo di aver indebolito l’identità (?) del partito; per “una certa sinistra milanese” che ha osteggiato Expo e la sua buona riuscita (la frecciata è all’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, seduto accanto a lei, sostenitore della mozione Zingaretti); e infine col “Pd milanese”, la cui colpa è stata quella di perdere troppi voti alle Politiche. Poi tocca a Barberis, che prima se la prende con Majorino (“Zingaretti sta spaccando il partito, le sue aperture ci infiacchiscono”) e dopo con De Cesaris (“a Milano, alle elezioni, abbiamo retto bene”). E via con Majorino, che risponde a De Cesaris (“non ho capito, Ada, ero contro Expo?”) e difende Zingaretti (“scegliamo qualcuno che il M5s lo ha già battuto”). Ma lei, De Cesaris, a questo punto non ci sta: “Sì, ma con chi governa?” gli chiede due volte sarcasticamente, pur priva di microfono (ma in sala si sente benissimo).

La scena, surreale, continua: è il turno di Pier Vito Antoniazzi (sostenitore della mozione Boccia) che critica le regole adottate per il dibattito, in particolare quella di aver inserito le repliche (giuro) dopo gli interventi. “Ma non voglio fare polemica” si affretta a dire. E per concludere, Davide Jin, che citando il “metodo Burioni” come aveva fatto Dario Corallo, mette d’accordo tutti, attirandosi i “no” con la testa tanto dal palco quanto dal pubblico. Alla fine, ciliegina sulla torta, prende il microfono un vecchio iscritto: “Siete stati superficiali, non avete rappresentato le mozioni. Io le ho lette, dicono cose precise che qui non ho ascoltato”. 

Dopo circa tre ore, me ne vado, nonostante il dibattito sia ancora in corso. Fuori la bruma, o scighera, si è fatta più densa. Ho un leggero mal di testa e nemmeno il freddo riesce a darmi sollievo. Che fare, ora?

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