Il circo mediatico del governo pentaleghista attorno all’arresto di Cesare Battisti ha offerto pessimi segnali sul declino civile e democratico nel nostro Paese. Perché il 14 gennaio all’aeroporto di Ciampino, nel giorno del suo arrivo in Italia, due ministri – quello dell’Interno Matteo Salvini (vicepremier e leader della Lega) e quello della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S) – si sono esibiti in uno spettacolo squallido, gareggiando per accaparrarsi la “preda”. È stata scritta una pessima pagina, non solo violando la Costituzione e varie leggi dello Stato, ma anche buttando al macero duecento anni di civiltà giuridica. Tuttavia, il fatto che lo spettacolino incessante di certa politica abbia già “bruciato” quell’evento consente di fare una valutazione a freddo. Si può affermare che – al di là delle reazioni di addetti ai lavori, associazioni e mondo politico-istituzionale – siano stati due i casi che hanno colpito positivamente.

Un caso è quello di cui è stata protagonista Cristina Villa, 45 anni, figlia di operai, vicedirigente della Digos di Milano e capo della sezione antiterrorismo. È stata lei, con la sua squadra, a scoprire che Battisti era fuggito in Bolivia dal Brasile e a scovare il luogo in cui era nascosto. In un’intervista a La Repubblica del 16 gennaio ha raccontato come lavora e come si è arrivati alla cattura. Lo ha fatto parlando in modo equilibrato, rispettoso della legge, senza sensazionalismo ed esibizionismo. Ha guardato Battisti negli occhi e ha visto “uno sconfitto”, senza il “ghigno strafottente” raccontato da qualcuno. Ha detto che lui le ha chiesto di poter tenere con sé la foto del suo bimbo, “una fototessera in bianco e nero che aveva nel portafogli”, alla quale ovviamente ha acconsentito. Poi, quando alla poliziotta è stato domandato se lei e i suoi colleghi hanno festeggiato la cattura di Battisti, ha risposto: “Non ancora. Lo faremo, ma sia chiaro che festeggiamo il successo professionale, non la sua perdita della libertà. Catturarlo era il mio lavoro, e l’ho fatto. Ma io non brinderò mai alla tristezza altrui”.  Parole che ci restituiscono la dignità dello Stato democratico e di diritto, che non cerca vendetta ma giustizia.

L’altro caso è quello di Manlio Milani, 80 anni, ex sindacalista, marito di una delle vittime della strage di Piazza della Loggia. In una lettera, pubblicata dal Corriere della Sera il 17 gennaio, ha sostenuto che “quando la giustizia compie il suo corso nel pieno rispetto del suo mandato, è sempre un fatto positivo, anche se, come nel caso di Cesare Battisti, ci sono voluti decenni per vedere applicata la sentenza di condanna”. Ne ha approfittato per sottolineare che ci sono voluti ben 43 anni per avere i nomi, e la condanna definitiva, di due dei responsabili della strage, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 nel corso di una manifestazione antifascista. Otto furono le persone uccise – tra cui la sua giovane moglie, Livia, e alcuni carissimi amici – e oltre cento i feriti. Lui era nella piazza e sopravvisse per puro caso. Milani ricorda che la Cassazione, il 20 giugno 2017, in via definitiva ha condannato all’ergastolo Carlo Maria Maggi, capo del gruppo eversivo di estrema destra Ordine Nuovo, e Maurizio Tramonte, militante dello stesso gruppo e informatore dei Servizi segreti. La Suprema Corte, però, non ha disposto la sua carcerazione, a causa delle gravi condizioni di salute, cosicché il 26 dicembre 2018 Maggi è deceduto – nel rispetto della sua dignità – a casa, assistito da medici e parenti. “Ho condiviso pienamente, anche pubblicamente, la scelta della Corte”, ha scritto Milani. “A qualsiasi condannato, anche se per gravi fatti, vanno assicurati  dignità e rispetto”. Tramonte, invece, alcuni giorni prima della sentenza si era rifugiato in Portogallo, dove era stato arrestato. L’allora ministro della Giustizia chiese l’estradizione e il 19 dicembre 2017 il condannato fu consegnato all’Italia. “Giustamente”, ha commentato l’autore delle lettera, “nessuno era all’aeroporto a riceverlo, salvo i funzionari addetti allo svolgimento del loro compito istituzionale”. 

Le conclusioni di Milani? “Che diversità rispetto a oggi, a fronte della strumentale spettacolarizzazione che si è voluto imprimere all’arresto, ripeto positivo, di Battisti! Ma il dato più grave che mi ha amareggiato e indignato è stata la frase pronunciata dall’On. Salvini nella sua veste di ministro dell’Interno: ‘Battisti marcirà in carcere’. Con quella frase… rinuncia… ai valori costituzionali che ha giurato di osservare…, finendo per indicare ai cittadini, con un linguaggio violento e pieno di odio, che la giustizia – e quindi la pena – è semplicemente vendetta. Un terribile messaggio”.  Ha terminato la lettera citando un detto contadino: “Quando di notte usi l’aratro, per andare diritto guarda alle stelle”. Per Milani, quelle stelle “sono nella Costituzione”; ha aggiunto: “Io lì continuo a guardare”. Per fortuna non è l’unico che oggi guarda ancora in quella direzione, nella speranza che l’Italia non perda la rotta, come vorrebbe qualcuno.