Totò Innocenti, alias Totò, e suo figlio Ninetto, alias Ninetto Davoli, si fermano al bar Las Vegas. A breve distanza via di Torre Maggiore, sterrata, e all’orizzonte la sagoma della torre medievale di Torre Maggiore. Ovunque c’è campagna nel trailer di Uccellacci e uccellini, film epico del 1966 di Pier Paolo Pasolini. Non esistevano i complessi industriali, né quelli commerciali. Tanto meno i palazzi di Santa Palomba. Roma non era arrivata qui. E neppure alla Bufalotta, nel quadrante nord-est. Tanto meno a Tor Pagnotta, a sud. Neppure il peggior sindaco della città avrebbe immaginato municipi che sarebbero arrivati a saldarsi con i territori dei comuni limitrofi. Anche per la crescita insana inseguita pervicacemente dagli amministratori di quegli stessi comuni.

Invece è accaduto. L’agro romano di tanti pittori, poeti e scrittori è stato metabolizzato. Progressivamente, ma senza pause. Da luogo simbolico a spazio indistinto. Da “verde” spontaneo, disseminato di testimonianze materiali del nostro passato migliore, a dedalo di strade a delimitare isolati di nuovi complessi abitativi. Colture storiche, come quelle di viti e ulivi, quasi scomparse. Sostituite da nuovo cemento. Con la complicità di amministratori locali senza scrupoli e governi centrali del tutto disinteressati alla questione ambientale e alla tutela dei luoghi e dei resti antichi conservati, il disastro si è andato delineando.

“Si calcola che attualmente, dei circa 71mila ettari di agro, ben tre metri quadrati al minuto siano mangiati dal cemento, persi per sempre e che da qui al 2030 (anno di attuazione delle previsioni del Piano Regolatore) nella campagna romana il consumo di suolo arriverà a circa 161 ettari ogni anno. Un prezzo altissimo per la perdita di paesaggio, di patrimonio agricolo e culturale, di biodiversità, di salute per i cittadini e di costi per la collettività”.

La petizione lanciata da Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio e indirizzata al Mibac(t), oltre a fornire i numeri dello scempio, prova a scrivere una nuova storia. Un tentativo. Forse l’ultimo possibile di arrestare il consumo scriteriato di “ciò che rimane di questo splendido tesoro che ancora (ma per quanto ancora?) il mondo ci invidia”. Firmare è probabile che non sia mai stato così importante. Firmare “per poter rivolgere una formale richiesta all’Unesco affinché l’Agro Romano diventi Patrimonio dell’Umanità, al fine di sottrarlo per sempre alla rapina della speculazione”.

Qualcuno potrà pensare che sia una delle solite campagne ambientaliste contro qualcosa. In sostanza una petizione contro il progresso. Perché “la campagna è bella” e i resti archeologici “interessanti”. Ci mancherebbe! Però servono anche nuovi palazzi, strade e autostrade. Anzi sono necessari. Quindi, dolersi un po’ del sacrificio di parti di quell’ambito geografico è ammesso. Ma poi si deve procedere. Per cui, spazio a ruspe e gru. Il problema è proprio questo, probabilmente. Finora ragionamenti e proteste hanno creato un ostacolo. Talvolta, non sempre e peraltro spesso, provvisorio. La petizione promossa da Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio vorrebbe trasformare quell’ostacolo in un solido recinto con il quale assicurare l’Agro. Tutto e per sempre.

Fà ddieci mijja e nun vedé una fronna! / Imbatte ammalappena in quarche scojjo! / Dapertutto un zilenzio com’un ojjo (…) Dove te vorti una campaggna rasa / come sce sii passata la pianozza / senza manco l’impronta d’una casa!“. S’intitola allusivamente Er deserto il sonetto del 1836 di Giuseppe Gioachino Belli. Da allora uno tsunami si è abbattuto sull’agro. Osservare inermi la distruzione contribuisce alla sua prosecuzione.

“Dove va l’umanità? Boh!”, si chiede a un certo punto il corvo parlante che accompagna nel film di Pasolini, padre e figlio. Non sembri fuori luogo pensare che una risposta a quella domanda potrà venire proprio dall’esito della petizione. Siamo giunti a un bivio e bisogna decidere. Fare dell’agro romano un luogo Patrimonio dell’Umanità oppure una terra di conquista. Per i soliti affaristi e politici senza qualità.