Ogni tanto faccio dei versi: a volte sono versi di scimmia, altre volte per caso nascono delle poesie. Questa volta ho scritto una poesia pensando a una voce, alla voce di un attore mio amico:  Severino Saltarelli. Siamo andati a prenderlo alla metropolitana di Wagner, qui a Milano, io e il mio pianista personale: Nicola Gelo. Severino ha recitato un brano da La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, vicino alla statua del grande ciclista di Aligi Sassu. Poi abbiamo preso la 67 per andare in piazzale Tripoli, dove vivo, e sulla 67 Severino, tanto per tenersi allenato, ha recitato un bellissimo sonetto di un certo Shakespeare, lo conoscete?

Mi piace e mi diverte vedere la faccia dei passeggeri quando Severino recita sui mezzi pubblici (andatevi a guardare Sonetti dal sottosuolo, già pubblicato su questo blog): lo prendono per matto, non capiscono, come mai un uomo recita poesie tra di noi? Come osa disturbarci nella nostra quiete cadaverica? In realtà c’è anche chi apprezza e sorride, non sono tutti inebetiti dai meccanismi cittadini, per fortuna! Siamo infine approdati alla Chisciotte, il mio studio abitazione, dove Severino finalmente ha recitato i miei versi, ma dovrei dire i suoi versi, dato che la poesia è stata pensata proprio per lui.

Che uomo fortunato sono! Un attore tutto per me e anche un pianista che compone musica per i miei film. Non ho bisogno d’altro per essere un regista felice. Cannes? Venezia? Berlino? Tappeti rossi? Attrici con spacchi vertiginosi pronte a sedurmi? No, giammai! Niente di tutto questo! Maledizione! Eppure: sono felice, appagato. Non pagato: appagato. Con i miei film non ho
mai cavato un euro dal buco, e mi circondo o mi circondano artisti di grande talento che però non riescono a monetizzare il proprio indiscutibile valore.

Questo è il mio destino o la mia vocazione: vivere senza fare soldi. Ed è per questo che sono felice, lo sanno tutti che i soldi non fanno la felicità. O no? Non siete convinti? Non importa. Nemmeno io. Di una cosa però sono convinto: Severino è un attore unico. Merita più attenzione, più amore.

Tutti gli attori vogliono essere amati. Applausi a scena aperta per sfuggire dalla claustrofobia dell’emarginazione. Occhio di bue sul volto, con il permesso anche dei vegetariani. E gloria. La gloria! Soprattutto la gloria! Calcare i palcoscenici di tutto il mondo, sentire la gioia scricchiolare dentro l’anima, fare calare il sipario su esauste trascendenze. Uscire dal teatro ed essere soffocati dalle richieste di autografi e al posto di una firma donare un firmamento.

Ogni attore sogna la gloria. Ma ci sono anche glorie silenti, timide, introverse, glorie tascabili e da passeggio, e c’è la Chisciotte, la mia “casa” cinematografica che si nutre di polvere, ma è sempre polvere di stelle. Grazie Severino per avere donato la tua voce alla mia poesia, ora che ti stai per trasferire a Roma, ti auguro ogni bene e ogni fortuna, con affetto. Ricky.

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