Il film Io Sono Mia (al cinema dal 14 gennaio e in tv da febbraio) sarà un modo per chiedere scusa a Mia Martini delle ingiustizie subite e per riaccendere i riflettori su una grande artista. Per anni la cantante di Cardano al Campo ha dovuto combattere contro quella voce infamante secondo cui portava iella. La sorella Loredana Bertè ha ricordato così la sua partecipazione al Festival di Sanremo 1989, un episodio chiave all’interno del film e importante nella vita di Mimì: “Chi organizzò quel Festival non la voleva, allora è intervenuta una persona con cui è stato preparato un contratto, attraverso il quale questa persona si sarebbe seduta in prima fila mentre Mimì cantava, così se il teatro fosse caduto avrebbe coinvolto anche lui. Il teatro non è caduto, non è successo niente, Mimì ha avuto un grande successo e si sono dovuti arrendere all’evidenza”.

La “persona intervenuta” sarebbe Renato Zero, che già nel 2005 durante uno speciale realizzato da Vincenzo Mollica del Tg1, raccontò di aver fatto da garante e che gli fu chiesto di firmare un documento in cui lo stesso Zero si assumeva ogni responsabilità su tutto ciò di spiacevole che sarebbe potuto accadere durante l’esibizione di Mimì sul palco dell’Ariston. Chi organizzava quel Festival, invece, era Adriano Aragozzini. Che ora con ilfattoquotidiano.it tuona: “Questa è una menzogna gigantesca, completamente destituita di ogni fondamento, lanciata da Renato Zero: non è vero che non volevo prendere Mia Martini nel cast del Festival perché dicevano portasse iella, niente di più falso. Zero durante quell’intervista disse di avere una lettera da me firmata che confermava il fatto: io già allora smentii categoricamente e chiesi di renderla pubblica, ma non lo fece semplicemente perché non esisteva”.

Mi scusi, ma perché Renato Zero avrebbe dovuto inventarsi una cosa del genere?
“Forse per farsi bello e dire che Mia aveva partecipato grazie a lui. Io comunque ho smentito una notizia falsa, ma perché avrei dovuto denunciare?! Se si dovessero denunciare tutte le notizie false e destituite, non basterebbero i tribunali di Italia, Francia e Inghilterra”.

Come scelse Mia Martini, allora?
“Appena nominato patron del Festival, mi venne a trovare la mia amica Sandra Carraro, moglie di Franco, già sindaco di Roma. Sandra mi fece sentire un nastro con Mia Martini che cantava Almeno tu nell’universo: quella canzone era davvero bellissima, sia nel testo sia nella musica. Ne rimasi entusiasta e la feci ascoltare al mio co-autore del Festival, Marcello Mancini, e il discorso continuò con il discografico Lucio Salvini”.

Quindi mai incontrato Renato Zero in quelle circostanze?
“Venne un giorno nel mio ufficio in via Nomentana a Roma e mi chiese se fossi interessato a prendere Mia nella rosa, questo sì. Io non potevo dire di sì perché non ero l’unico a decidere, ma dissi che non ci sarebbero stati problemi perché il brano era bellissimo. Ovviamente il pezzo fu accolto da tutta la giuria con l’applauso e alla fine Mia entrò nella rosa finale”.

Neanche una pressione per osteggiare la presenza di Mia Martini?
“Un paio di cantanti, due o tre, attraverso le loro case discografiche dissero che non sarebbero venuti al Festival perché c’era Mia Martini in gara. Io li trattai a merluzzi in faccia e al Festival vennero tutti. Era una roba vergognosa per la povera Mia”.

Si possono fare i nomi?
“Meglio di no, sono passati tanti anni…”.

Altri episodi?
“Quell’anno organizzai il Sanremo In The World, una tourneé organizzata per esportare il Festival all’estero. Quasi metà degli artisti non si presentarono all’aeroporto di Fiumicino alla partenza per Tokyo perché avevano paura di volare con lei: una roba da pazzi. Dovetti denunciare tutti, ovviamente, ed entrarono di mezzo gli avvocati. Alcuni si fecero trovare direttamente a New York per la tappa successiva. Un paio di artisti, di cui due partenopei, dentro la giacca non ha idea di quanti amuleti abbiano avuto. E poi tutto quello che succedeva era colpa di Mia per gli altri. A Milva rubarono un beauty case e la colpa era sua. A Toronto andò a fuoco l’albergo – era un fuocherello – e la colpa era sua. Al che dissi: ‘Signori, o la smettete o vi caccio a pedate al culo. Non voglio più sentire queste cose’. Di fronte al mio modo di reagire molto energico in mia presenza l’argomento si chiuse per sempre”.

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