Si può vivere per sempre? È l’interrogativo che si pone monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e Gran cancelliere del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Nel suo ultimo libro intitolato Vivere per sempre. L’esistenza, il tempo e l’Oltre (Piemme) Paglia, tra i fondatori insieme con Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, risponde a tutte le domande che ruotano intorno al tema della morte, un vero e proprio tabù per gli uomini di ogni epoca e di ogni cultura. E lo fa non da una cattedra altissima e lontana dalla realtà, bensì con quell’esperienza concreta e quotidiana di vita che lo fa davvero entrare in dialogo con chiunque si pone le domande sul senso finale dell’esistenza.

“Perché – si domanda Paglia – parlare della vita dopo la morte? E soprattutto, possiamo parlarne insieme, ascoltandoci seriamente, credenti, non credenti e ‘non saprei’? Il pensiero della vita è il pensiero dell’umana resistenza all’immenso spreco causato dalla morte, qualora venisse pensata come estinzione totale. È comunque evidente che, una volta o l’altra, tutti siamo trafitti da questa paradossale evidenza. Sì, la morte, liquidata frettolosamente come un destino che ci fa finire nel niente, non può che apparire come uno spreco ingiustificabile della vita umana che conosciamo”.

Per monsignor Paglia, però, “considerare così la nostra morte, senza indagare a fondo, diciamolo ruvidamente, è un’offesa alla nostra intelligenza. Per quanto fragili, vulnerabili, fallibili, noi esseri umani siamo vincolati da un patto d’onore con lo spirito, il pensiero, la coscienza, gli affetti, la libertà e la giustizia. In virtù di questo patto con la qualità spirituale della nostra vita, milioni di uomini e donne, ogni giorno, si sentono responsabili del valore non meramente organico e utilitaristico della loro esistenza, mettendo in gioco la loro vita in nome della dignità di quel patto, che li rende umani”. 

Paglia non ha dubbi: “Non siamo nati semplicemente per assecondare la vita, siamo nati per fronteggiarla, per aiutarla, per trasformarla, per renderla migliore per tutti e particolarmente per chi fa più fatica a viverla. Vale la pena spendere così la propria vita, anche se richiede una responsabilità davvero impegnativa. Il senso della vita che noi cerchiamo incessantemente è anche quello che orienta il nostro destino più profondo”.

L’arcivescovo si dice convinto che l’uomo non è “una parentesi tra due nulla”. Per Paglia, infatti, “l’idea che ci siamo inventati una vita ‘oltre la morte’ per anestetizzare la paura della morte è un’idea debole, troppo debole. Un po’ come l’altra di esserci inventati ‘un dio’ come proiezione dei nostri fantasmi di perfezione o dei nostri deliri di onnipotenza. In realtà queste illusioni non nascono spontaneamente, se un qualche presentimento di verità, pur corrotto dalla nostra volontà di potenza, non offre argomento per pensare una verità all’altezza di quelle proiezioni”.

Nel suo volume monsignor Paglia non evita di rispondere a tutte quelle domande scomode sulla vecchiaia, sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte, quest’ultima spesso vista come “sorella e nemica”, contribuendo così a dare l’autentico significato a tutti questi inevitabili momenti critici di ogni esistenza umana. Così come non manca di evidenziare la centralità che deve avere in ogni vita l’amore verso i poveri definendolo “argomento universale del giudizio”, che spazia le barriere di ogni credo e anche di chi non professa alcuna fede. L’amore per i poveri trasfigura così la storia di ogni persona e la proietta in quella dimensione indicata da Papa Francesco nel suo documento programmatico, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Bergoglio, infatti, afferma, che “per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. E aggiunge: “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci”.

Monsignor Paglia sottolinea, infine, che “senza il pensiero affettuoso di una destinazione eterna, la vita terrestre perde peso e progetto, passione e sapore. E si vede a occhio nudo. Il cristianesimo ha ricevuto gratuitamente il dono di questa speranza dell’incarnazione di Dio nella nostra vita terrestre, della quale esso stesso non sarà mai all’altezza. Gratuitamente deve offrirlo, senza chiedere tessere di iscrizione e quote di sostentamento. Questa complicità è alla portata di uomini e donne di ogni tribù, popolo e nazione, cultura e religione”.

Per l’arcivescovo, dunque, “possiamo sconfiggere, credenti e religiosi, laici e pubblicani, quanti siamo, l’incredulità letale che ha mortificato il coraggio della destinazione. Possiamo riprenderci la vita terrestre che la porta in grembo, arrestandone il consumo senza intelligenza e senza amore. E possiamo sottrarre la carne dei popoli all’avidità dei potenti, se tutti gli uomini e le donne ci aiutano. La partita decisiva non è fra il cristianesimo e la civiltà, o tra la fede e la ragione. La partita è fra l’incredulità e la speranza, tra l’indifferenza e l’amore. Il cristianesimo sarebbe felice di spostarsi con chiunque sulla parte della nave che la rimette in assetto di galleggiamento, e ne uscirà purificato esso stesso. La barca di Pietro – conclude Paglia – diventerà come l’arca di Noè e aiuterà tutti a salvarsi. L’arca dell’amore senza confini”.