Due milioni di euro di spese sostenute per il mantenimento in carcere. È il conto presentato dallo Stato alla famiglia del boss Totò Riina. Ai parenti del capo dei capi di Cosa nostra è stata notificata da Riscossione Sicilia una cartella esattoriale di circa due milioni di euro. Arrestato il 15 gennaio del 1993 Riina è morto il 17 novembre 2017, dopo ventiquattro anni di detenzione in regime di 41 bis.

Ad attivare la procedura di recupero del credito sarebbe stato, attraverso il ministero della Giustizia, il carcere di Parma, ultimo istituto penitenziario in cui il capomafia è stato detenuto.
“A noi sembra una boutade perché la legge esclude espressamente che il rimborso per le spese di mantenimento in carcere si estenda agli eredi del condannato. Perciò stiamo studiando bene la questione per vedere in che termini è”, ha commentato il legale dei Riina, l’avvocato Luca Cianferoni.

La notizia viene resa nota nello stesso giorno in cui, proprio a Corleone, il sindaco si è accorto della richiesta di  Maria Maniscalco, moglie di Rosario Lo Bue, uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano. La donna, infatti, ha chiesto l’accesso al reddito d’inclusione,  che prevede l’erogazione di un sostegno economico per le famiglie con Iseeinferiore ai seimila euro.

La domanda della donna al servizio Politiche sociali del comune in provincia di Palermo risale al 25 novembre scorso. Il comune aveva già dato il suo via libera all’Inps, che deve erogare materialmente il reddito d’inclusione. Ma l’edizione palermitana di Repubblica ha chiesto notizie sul caso al neo sindaco Nicolò Nicolosi. Il primo cittadino non ne sapeva nulla. Ha preso informazioni e ha scoperto che “qualcuno dal Servizio sociale del Comune ha addirittura telefonato alla signora Lo Bue per informarla che la domanda non era corretta, perché era stato inserito nel nucleo familiare il marito, attualmente detenuto. Così la signora ha presentato una seconda istanza”. Che, però, è stata bloccata da Nicolosi. Il sindaco ha anche annunciato l’apertura di un’indagine interna. “Sorge spontaneo il dubbio che la famiglia di un mafioso non sia proprio nullatenente“, dice il primo cittadino.