La satira dello stalinismo e di ogni politica che tra sopraffazione e menzogna degeneri in esercizio del potere, avviata da George Orwell con il romanzo allegorico La fattoria degli animali pubblicato nel 1945, venne portata a termine col romanzo antiutopico 1984, siglato nel 1948 e pubblicato 70 anni or sono, nel 1949. Scrittore anticonformista alla maniera di Swift, in queste due opere Orwell ha lasciato una sintesi tuttora attuale di “denuncia etico-storica” e di “profezia negativa” sulla perenne violenza e arroganza del Potere.

Non è possibile dar conto di tale sintesi nell’esiguo spazio di un post: meglio, invece, concentrare ora il fuoco dell’attenzione sulla “favola” con la quale s’avvia il discorso che, in 1984, sarebbe stato portato a compimento senza più le sfumature di ilare sorriso ironico supportate dalla finzione animalesca; e, per contro, con costante secchezza e durezza di toni sarcastici e accusatori. Non mancherà, infatti, occasione di tornare a breve sul settuagenario romanzo orwelliano, che travalicando ampiamente il contesto storico che lo ha ispirato si rende contemporaneo delle odierne perplessità circa la pericolosa e sempre più diffusa standardizzazione linguistica, concettuale e comportamentale delle nuove generazioni per l’invasività strumentalizzata e strumentalizzante dei media e dei nuovi “dominii” del digitale.

Protagonisti, in Animal Farm, sono gli animali e, come nelle favole di Esopo o di Fedro, ogni evento, ogni personaggio è metafora di una realtà: attraverso il registro satirico, Orwell offre una panoramica su quelli che erano gli ideali utopici della rivoluzione russa, basati sul marxismo e quindi su un sogno di uguaglianza; ma, in generale, la favola può essere letta come allegoria di tutte le rivoluzioni, che trasformandosi in un regime vengono alla fine tradite.

Sul piano storico, Old Major – il maiale dodicenne che ispira la Rivoluzione -, Snowball e Napoleon – i maiali che la guidano, sconfiggendo la controrivoluzione, nella Battaglia del Chiuso delle vacche, e venendo tuttavia ben presto in contrasto fra loro – alludono il primo alle idee di Marx e Lenin e gli altri due al lungo duello che aveva visto contrapposti Trotzkij e Stalin. I padroni delle fattorie vicine, invece – prima ostili all’Animal Farm, cioè all’Unione Sovietica, poi alternativamente nemici dei maiali, vale a dire Pilkington di Foxwood e Frederik di Pinchfield -, rimandano rispettivamente al blocco occidentale anglo-francese e alla Germania nazista, dal patto con Hitler, all’invasione della Russia, alla battaglia di Stalingrado.

Sul piano allegorico, invece, in tutta la favola si riscontra un continuo snodarsi e intrecciarsi di riferimenti contingenti a Stalin e di premonizioni circa similari degenerazioni politiche, temporalmente successive. Ecco, allora, che l’espulsione dalla fattoria di Snowball – grazie ai cani allevati in segreto da Napoleon, segnando il passaggio dai Consigli assembleari domenicali di tutti gli animali a un Comitato (o Casta) decisionale di soli maiali sotto la presidenza di quest’ultimo – allude al definitivo declino del metodo democratico.

Il maiale Squealer – che “parlava in un modo così convincente e i cani che passavano di lì per caso erano talmente feroci, che nessun animale osava obiettare” -, il maiale-poeta Minimus – intellettuale asservito al potere dittatoriale – e il gallo nero trombettiere – simbolo di un certo clero satellite e strumento del potere di qualunque matrice e spessore esso sia – sono la perfetta metafora dei media di regime, poiché deputati al culto e alla propaganda del Capo e dei maiali “cervello motore” della fattoria, oltre che alla costante falsificazione della verità e al lavaggio del cervello degli onesti e degli sciocchi.

I motti-vangelo per la prosperità collettiva della fattoria, tipo “Napoleon ha sempre ragione, lavorerò di più” – coniati dal generoso Boxer, cavallo da tiro stacanovista – vengono opportunisticamente riciclati, ma reinterpretati secondo il vecchio e ambiguo adagio che di contro ai lussi “la vera felicità sta nel lavorare molto e nel vivere frugalmente”. I cani e le pecore non vengono trattati come individui, rappresentando due gruppi molto importanti nella società sovietica, ma anche in ogni altra democrazia totalitaria: la polizia segreta, che reprime le opposizioni attraverso la paura e l’intimidazione, e le masse facilmente manipolabili, che si lasciano impressionare dagli slogan del regime.

Benjamin, un asino cinico poiché dubita della sincerità di chi gli sta attorno, ma anche scettico poiché mette in discussione la verità di molte teorie o fatti, rappresenta l’intellettuale disimpegnato, che non utilizza la sua saggezza per alcuno scopo utile. Egli, tuttavia, ama e ha pietà di Boxer, che si sfianca di lavoro e che tenterà invano di salvare, “ragliando con quanta voce ha”, allorché i maiali, attraverso l’inganno dell’ospedale, baratteranno con un macellaio il cavallo malato e ormai inutile, in cambio di una cassa di whisky.

L’alleanza ai vertici della casta dirigente emerge dallo stabile insediarsi di Napoleon e maiali nella ricca casa colonica dello scacciato Jones, fra comfort di lusso e cibi esclusivi, e dalla sistematica e interessata alterazione dei “sette comandamenti”, cioè i principi rivoluzionari fondanti e anti-uomo della repubblicana Animal Farm. I quali, a rivoluzione involuta, saranno sostituiti da un comandamento unico: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”. È con tale alleanza che si spiegano il nastro verde sulla coda dei maiali, la separazione nell’educazione dei figli dei maiali dagli altri animali giovani e l’incedere di tutti i maiali in posizione eretta sulle zampe posteriori, come, almeno una volta, gli odiati “sfruttatori”, ossia gli uomini.

Con gli occhi stanchi e delusi, tutti gli altri animali dal ventre vuoto, nonostante parate patriottiche e cifre statistiche mirabolanti, alla fine della “favola” verificano lo scambio d’identità maiale-uomo: ormai alleati, maiali e uomini chiudono la sera ubriacandosi, giocando a carte e litigando per i punti. Non si distinguono più gli uni dagli altri. Il brindisi finale dentro la risorta Manor Farm, tra il borghese-gentiluomo Pilkington e l’ormai bipede Napoleon, legati dalla stessa fede “capitalistico-razzista-imperialista”: “Se voi avete i vostri animali inferiori contro cui lottare, noi abbiamo le nostre classi inferiori”, esplicita il pessimismo dell’asino Benjamin, sull’inalterabile, per i deboli, “legge della vita: fame, fatica, delusione”.