I traumi dell’infanzia, si sa, ti condizionano la vita. Sarà forse per questo che ho ancora le tracce devastanti di una remotissima visita al museo del Louvre – era la mia prima volta a Parigi, da piccolo – concentrata in una mattinata. Ricordo solo una folle corsa, strattonato e trascinato per sale e corridoi infiniti, con bagliori allucinatori vagamente legati a nomi tipo Leonardo, Caravaggio, Raffaello o dalla forma di statue alate, tra reminiscenze scolastiche di antico Egitto e mal di piedi.

Sono trascorsi decenni, da grande ho voluto occuparmi di fotografia (anche se allora non lo sapevo) e ancora adesso provo lo stesso “effetto Louvre in mezza giornata” quando m’infilo a vedere una mostra fotografica di trecento foto e oltre. Il fatto è che, confrontandomi con altri, a quanto pare non sono il solo a soffrire del gigantismo mostruoso – si può dire mostruoso? – tipico di molte antologiche o collettive. Tutti noi abbiamo quella che si definisce soglia di attenzione, un limite cognitivo che abbassa progressivamente la nostra capacità di recepire stimoli e informazioni in maniera continuativa; siamo come una spugna che assorbe acqua finché riesce, poi non ne trattiene altra.

La soglia d’attenzione è individuale, ma mai infinita. La mia è forse particolarmente bassa, anche perché il rapporto che stabilisco con ogni immagine – fatto di concentrazione e immersione – è davvero forte e profondo, dunque appagante ma in certo modo faticoso. Mi accorgo chiaramente che, pure in presenza di grandi e indiscutibili autori, dopo la prima cinquantina di foto inizia in me un processo di allentamento: il primo indizio è una graduale accelerazione, che si traduce in un tempo di permanenza sulla singola foto che si va riducendo vieppiù. Superato il centinaio, per la prima volta mi distraggo, guardo lo strano cappello di un visitatore o controllo eventuali messaggi sul mio smartphone.

A quota duecento sono decisamente affaticato, sia fisicamente che mentalmente, e me ne vorrei uscire, non fosse che mi trattiene una forma di stoicismo e senso del dovere. Raccolgo la sfida e proseguo, ma alla 300esima foto, stremato, odio tutto e tutti – iniziando dal curatore e finendo coll’incolpevole autore, si chiamasse pure Henri Cartier-Bresson – mentre sento i piedi pulsare e sogno una cosa sola: una birra fresca. Dalla 300esima in poi ogni foto ulteriore è una potenziale fabbrica di serial killer.

Qualcuno obietterà che la carriera e il percorso di alcuni maestri epocali, che hanno lavorato magari per 60 anni, richiedono necessariamente un’inondazione di fotografie, talmente vasta e complessa è stata la loro produzione. Io insisto e contesto questa apparentemente ovvia considerazione: che si chiami Robert Capa, Sebastiao Salgado o Richard Avedon, cosa me ne faccio di 400 fotografie se dopo la 60esima vado in tilt? Molto meglio, molto più sensato, molto più efficace tentare – anche se con un editing drastico e decisionista – di condensare la potenza di quell’autore non dico in 50, ma in 100-120 foto. Una bella scossa emotiva, comunicativa ed estetica che ci darà davvero qualcosa d’importante senza farci annegare. Dunque nulla di esaustivo – non lo sarebbe comunque – ma un ottimo stimolo ad approfondire quell’autore con altre mostre, con libri e con l’esercizio della nostra curiosità in ogni modo possibile.

Si dice che a pensar male si fa peccato ma spesso ci s’azzecca e allora temo che dietro la mostra grande, cosa che non sempre coincide con la grande mostra, ci siano soprattutto ragioni di marketing: per far pagare – poniamo – 12 euro d’ingresso a una mostra fotografica, chi la organizza si sente in dovere di giustificarlo dando “tanta roba”. Tanta roba dovrebbe essere un concetto legato alla qualità più che alla quantità, ma chi davvero non protesterebbe dicendo “guarda che ladri, 12 euro per una mostra di sole 50 foto!”? Inoltre una mostra gigantesca è più facilmente definibile, a livello mediatico, come “un evento senza precedenti”, “la più completa retrospettiva mai realizzata” e chi più ne ha più ne metta, riempiendo magari luoghi prestigiosi come castelli e palazzi reali.

Abbiamo sentito dire per molte cose che “piccolo è bello”, in altri ambiti che “le misure non contano”, per non ricordare come “il vino buono sta nella botte piccola”, e via discorrendo. Ma dalle parti della fotografia com’è che la forma espressiva più legata al concetto di sintesi viene spesso presentata in maniera così prolissa? Ricordate il controverso ministro Enrico Ferri che anni fa fece approvare un decreto abbassando il limite di velocità in autostrada a 110? Ecco, se oggi vogliamo parlare nuovamente di limite a 110 potremmo ritentare con la fotografia.

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