È del 1947 il celebre romanzo di Primo Levi Se questo è un uomo, del 1954 il meno noto ma splendido Si fa presto a dire fame di Piero Caleffi. Esce nel 1956 nelle sale di tutta Europa il film documentario di Alain Resnais Notte e nebbia, con le sue immagini dei campi di sterminio che sconvolgono gli spettatori di tutto il mondo. Già con queste opere, la mia generazione ha conosciuto, sia pure per sommi capi, una delle più grandi tragedie della storia della umanità: la Shoah. Anche una tragedia “minore”, quella degli armeni, ha avuto i suoi storici: dall’epico I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel (1933) allo straziante La fattoria delle allodole di Antonia Arlsan (2004).

Assai meno note le vicende degli Ostarbeiter: le molte centinaia di migliaia di cittadini dei Paesi legati all’Unione sovietica che negli anni cercarono scampo alle condizioni di estrema miseria in cui vivevano i “Paesi satelliti” dell’Urss: in particolare gli sventurati abitanti dell’Ucraina, stretta in una morsa fra la Russia e la Germania. Nel 1932 inizia una carestia di proporzioni bibliche: l’Ucraina, granaio d’Europa, diviene una terra di morte. È il genocidio legato al grande esperimento di collettivizzazione di Stalin. Ed è l’inizio della grande migrazione verso la Germania. Gli “emigranti” erano attratti dalle promesse dei tedeschi, che inondarono i Paesi dell’Est europeo di manifesti in cui si prometteva una specie di paradiso: lavoro stabile e ben retribuito, abitazioni confortevoli, cibo abbondante, scuole per i bambini.

La storia di questi Ostarbeiter è raccontata per la prima volta in modo esauriente in un libro di una famosa scrittrice ucraina, Natascha Wodin. Il titolo, Veniva da Mariupol, si riferisce alla bella città d’origine dell’autrice. A Mariupol nasce la madre dell’autrice, nel 1920. È una bella donna, amante della musica e del canto, ma ha una vita fra le più sfortunate immaginabili: una vita di privazioni, di fame e di terrore che alla fine la induce al suicidio, pochi anni dopo aver dato alla luce (nel 1945, in Baviera) la figlia Natascha, dopo un periodo che la famiglia – lasciato il campo di lavoro – ha trascorso a Berlino ancora in condizioni di estrema povertà.

È impossibile riassumere in una recensione le infinite tragedie di questi schiavi, quasi insopportabili per la loro atrocità. Se all’inizio gli ucraini vanno in Germania di loro volontà, ben presto – appena si viene a conoscere la realtà – vengono trasportati nei campi di lavoro con la forza. Il capo dell’organizzazione che cura queste gigantesche retate, Fritz Sauckel, è scelto personalmente da Adolf Hitler. Dà il via alla caccia all’uomo incitando a “liberarsi anche dalle ultime scorie dell’umanitarismo”. Ogni giorno entrano in Germania fino a 10mila lavoratori forzati. All’inizio l’età minima degli schiavi è 12 anni, ma presto si riduce a dieci. Per gli ucraini – dopo che il loro Paese è conquistato dall’Armata Rossa – la scelta è fra la morte in patria o il lavoro forzato in Germania, con la speranza (che si realizza per pochissimi di loro) di poter emigrare in America, nuova terra promessa.

I familiari dell’autrice sono impiegati nel lavoro forzato presso i cantieri della Flick, la grande impresa che costruisce gli aerei che bombarderanno il loro Paese. Le “regole” sono spietate: ogni comportamento vietato è punito con il campo di concentramento, i rapporti sessuali con uomini o donne tedeschi con la morte. Nei suoi discorsi infuocati, Heinrich Himmler dice fra l’altro degli Ostarbeiter: “Mi interessa che non muoiano di fame solo perché ne abbiamo bisogno come schiavi”. E Joseph Goebbels, spiegando perché l’alimentazione “deve essere proporzionata alla produttività”, si spinge oltre ogni limite: “Proprio in virtù della loro inferiorità, alcuni esseri sono capaci di una grande resistenza. Un cagnaccio randagio è più robusto di un cane pastore perfettamente addestrato”.

Gli Ostarbeiter che crollano per la fatica inumana – fra loro molto bambini – sono internati in sedicenti sanatori, dove vengono utilizzati come cavie per esperimenti per la ricerca medica: gli stessi che Joseph Mengele effettua sugli ebrei. Quando le cose si mettono male per i tedeschi, nel settembre del 1944, Himmler ordina di sopprimere tutti i ricoverati negli istituti psichiatrici. Nella sua follia, Sauckel decide che la razza inferiore debba estinguersi. Per le lavoratrici ucraine l’aborto diviene obbligatorio. Quando le donne riescono a partorire, i bambini vengono portati in “allevamenti per bambini bastardi”, dove vengono lasciati morire fra atroci sofferenze, se un’“infermiera” non li elimina con un’iniezione di veleno. Secondo le fonti citate dall’autrice, muoiono così almeno 200mila figli di Ostarbeiter.

La conferenza di Jalta decide il rimpatrio forzato degli Ostarbeiter dalla Germania. Essi supplicano invano gli americani, sapendo che Stalin li considera dei traditori della patria. E infatti al loro rientro in Russia molti di loro sono fucilati o rinchiusi nei campi di concentramento o inviati in Siberia. In questa tragica storia, che dura anni, non c’è mai un lieto fine.

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