La musica che critica il governo, quella considerata sovversiva, “va controllata”. L’ultima frontiera della lotta al dissenso interno in Russia colpisce le voci del panorama rap nazionale, con decine di concerti cancellati dalle autorità e artisti finiti in carcere per aver manifestato contro il pugno duro del Cremlino. Non solo le organizzazioni in difesa dei diritti umani, il pericolo del terrorismo interno e le tensioni con il blocco occidentale: a preoccupare Vladimir Putin sono anche le critiche e i riferimenti all’abuso di alcol, di droghe, alla violenza e al suicidio contenute nei testi di alcuni artisti del panorama musicale russo. Nonostante il presidente abbia dichiarato che “il rap va controllato e non soffocato”, da mesi in tutto il Paese si è assistito a episodi di censura che hanno tappato la bocca a decine di cantanti.

Gli interventi degli ufficiali di Mosca non si limitano a colpire solo in presenza di casi eclatanti. Si tratta di una strategia per soffocare le rime che criticano il Cremlino e quelle che, secondo i membri del governo, inciterebbero alla dissolutezza. Vitaly Khelnitsky, un alto funzionario intervenuto durante una tavola rotonda parlamentare a inizio dicembre, ha dichiarato che dovrebbero esistere severi divieti nei confronti di musicisti che propongono testi che promuovono “violenza, sesso e uso di stupefacenti”. Le azioni delle forze dell’ordine, ha poi aggiunto, avevano come obiettivo “la conservazione nel nostro Paese delle condizioni morali e spirituali necessarie all’educazione dei giovani”.

Una legge che disciplini la musica, un testo che decida cosa può o non può uscire dalla voce di un artista impegnato sul palco, però, non c’è. È questo ciò a cui ambisce Khelnitsky e probabilmente, visto che ha dichiarato di voler controllare la scena musicale, anche Putin. In mancanza di una legge, però, la repressione non si è fermata, con le autorità che sono intervenute quando ritenevano che le parole usate dai cantanti fossero “estremiste”. Dmitry Kuznetsov, in arte Husky, uno dei più famosi artisti della scena rap russa, è stato addirittura accusato di promuovere il cannibalismo perché nel testo di “Poesia per la mia terra natale” dice: “Ricorda quando moristi/ e mangiammo la tua carne/ che puzzava come una mummia/ dimenticata in un mausoleo”. Un testo che, però, si riferirebbe al crollo dell’Unione Sovietica.

Proprio Husky è uno dei cantanti più in vista e, probabilmente anche per questo, finito nel mirino del governo, tanto da essere arrestato e condannato a dodici giorni di carcere, poi ridotti a quattro, per essere salito sul tetto di un’auto e aver arringato i fan con il coro “Canterò la mia musica, la musica più onesta”, protestando contro la cancellazione del suo concerto a Krasnodar. Un arresto accompagnato dai fischi dei presenti e che ha suscitato le proteste dei fan e dei difensori dei diritti umani. “È comparsa una nuova generazione di musicisti e artisti che parlano liberamente di vari argomenti e sembra che a qualcuno non piaccia perché la considerano una minaccia”, ha dichiarato Nastya Kreslina, voce degli Ic3peak. “Sembra che abbiano paura di una rivoluzione culturale”.

Secondo il racconto di un ex poliziotto russo citato da Politico, questa stretta sui testi, su una cerchia di artisti e sulle loro esibizioni live sarebbe la conseguenza di due episodi di sangue che hanno avuto come protagonisti due adolescenti nel mese di ottobre: la strage al politecnico di Kerch e l’attentato alla sede dei servizi segreti russi (Fsb) di Arkhangelsk. I ragazzi di 19 e 17 anni che hanno compiuto gli attacchi si sarebbero radicalizzati su Internet, ma non è mai stata dimostrata una connessione tra la musica e il loro processo di radicalizzazione.

Nonostante questo inasprimento della censura, il poliziotto racconta che i controlli ci sono sempre stati, un po’ come nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta, quando il regime vietava le esibizioni di artisti russi, generalmente rock, che scrivevano testi provocatori e bandiva le star in cima alle classifiche nei paesi del blocco occidentale. Oggi, la situazione è poco diversa, secondo il racconto dell’ex ufficiale: “Avevamo un impiegato che ascoltava musica al lavoro tutto il giorno mentre stava scrivendo documenti – ha raccontato l’uomo – Mi spiegò che non stava solo ascoltando, ma analizzando i testi più estremisti in modo da farli riconoscere come tali da un tribunale. Penso che ci siano impiegati così in ogni dipartimento”.

Il clamore suscitato dagli arresti di artisti famosi e le conseguenti proteste hanno però costretto il Cremlino a un passo indietro rispetto alla strada intrapresa nei mesi scorsi: “Il rap va controllato, non soffocato”, è stato costretto a puntualizzare il presidente Putin che ha capito quanto questi divi delle generazioni più giovani riescano a influenzare l’opinione pubblica. Ha quindi ammesso che il pugno di ferro, in certe situazioni, può anche essere controproducente, inaugurando così la nuova strategia della lotta al dissenso cantato: “Se è impossibile fermare qualcosa, devi cercare di controllarla”.

Twitter: @GianniRosini