Scrivevo, all’inizio di quest’anno, in un articolo su Sputnik Italia, che il presidente Donald Trump aveva emanato un “ordine presidenziale”, il 20 dicembre 2017 [qui il testo], in cui dichiarava “una emergenza nazionale concernente la minaccia, straordinaria e senza precedenti, alla sicurezza nazionale, alla politica estera e all’economia degli Stati Uniti, creata da serie violazioni dei diritti umani e dalla corruzione in tutto il mondo”. Ricordavo — e sottolineo tutt’ora — che un ordine presidenziale è, secondo la giurisprudenza degli Stati Uniti d’America, uno dei più importanti atti di quello Stato. Nel caso specifico si trattava dell’applicazione di una legge denominata IEEPA (International Emergency Economic Power Act). E invitavo i lettori e “le cancellerie del mondo intero” a non prendere sottogamba, un tale atto.

Avevo notato, leggendolo attentamente, che, con un atto formale di quel tipo, il Presidente degli Stati Uniti e la sua Amministrazione assumevano, di fatto, il controllo giurisdizionale sul pianeta intero. In quanto esso concerneva “tutti gli stranieri che sono stati individuati come colpevoli di una lunga serie di reati di corruzione (ovvero di complicità in reati di corruzione) e di violazione dei diritti umani”. “Colpevoli? Individuati da chi? Dal Segretario al Tesoro, in consultazione con il ministro della Giustizia degli Stati Uniti”. Non vi è cenno ad una qualunque autorità sovranazionale. Dunque ci si riferisce agli organi di uno Stato, che si auto-incaricano di amministrare la giustizia — e di infliggere pene — all’interno di ogni altro paese. A tale scopo, e per maggiore precisione, il presidente degli Stati Uniti delegava il Segretario di Stato a “intraprendere tutte le azioni” e a “impiegare tutti i poteri”, affinché la “straordinaria minaccia venga sventata”.

Concludevo la mia riflessione con la constatazione che, in base a queste decisioni, né Vladimir Putin, né Xi Jinping, né Rohani, o un qualunque capo di Stato straniero avrebbero potuto sentirsi al sicuro, viaggiando all’estero, essendo noto che, in base al giudizio del Segretario di Stato americano, essi si sono macchiati, e ripetutamente, di “violazione dei diritti umani o di complicità in queste violazioni”. Non parliamo di un qualunque leader africano o europeo (non c’è distinzione in questo “presidential order”). Né c’è una qualche definizione di “diritto umano” alla quale fare riferimento. Tutto molto teoricamente, poiché mi sembrava che nemmeno l’Imperatore dei suoi tempi migliori potesse permettersi tanto.

Non mancava anche, in quell’ordine presidenziale, il riferimento alle cose materiali, quali le proprietà e i beni delle persone incriminate o incriminabili in base ai criteri americani. In pratica il Dipartimento alla Giustizia degli Usa si attribuiva il diritto di “sequestrare le proprietà e tutti gl’interessi connessi con la proprietà”  di tutte una serie di persone indicate nell’atto. Tra queste vi sono “tutti gli stranieri che sono stati individuati come colpevoli di una lunga serie di reati di corruzione (ovvero di complicità in reati di corruzione e di violazione dei diritti umani)”. Si noti che il testo indica proprio “tutte le persone”.

Finivo la mia analisi con una considerazione che, all’inizio del 2018, poteva apparire peregrina, ma dopo il 1° dicembre 2018 appare di assoluta attualità. Dicevo che tutta questa “messa in scena” aveva l’aria di un “mettere le mani avanti”, predisponendo una qualche veste giuridica per una possibile “operazione di ricatto” o di intimidazione nei confronti di qualche “suddito” straniero sospetto di coltivare “ambizioni di ribellione, o anche soltanto di moderato dissenso”.

Adesso appare chiaro che il Presidential Act del 20 dicembre 2017 è funzionale anche per colpire i potenziali concorrenti economici, o per influire sulle politiche interne di altri paesi, selezionando i colpevoli in base agli interessi economici e politici degli Stati Uniti. E magari per esercitare potenti intimidazioni su un vassallo statale riottoso.

Il 1° dicembre l’arresto, in Canada, di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei e figlia del proprietario della possente corporation cinese RenZheng, con l’accusa di “violazione delle sanzioni americane contro l’Iran” [ieri rilasciata su cauzione] dimostra che le mie preoccupazioni di un anno fa erano pienamente giustificate. Con l’aggravante, adesso, che l’accusa contro la signora cinese è di avere violato una norma che è essa stessa illegale secondo le norme del diritto internazionale. Infatti le sanzioni, decise unilateralmente da uno Stato, contro un altro Stato, violano la Carta delle Nazioni Unite in quanto costituiscono un atto di aggressione. La stessa cosa può accadere ora a qualunque banchiere, imprenditore, businessman europeo, e ovviamente a qualunque oligarca russo, ovvero a qualunque esponente politico, a qualunque diplomatico, professore, scienziato e ricercatore di ogni parte del mondo. Da oggi nessuno è più libero.

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