Caro John,

domani muori. Sono 38 anni che va così. L’8 dicembre è il giorno in cui muori. Mark Chapman ti spara cinque colpi di pistola. Uno non va a segno, gli altri quattro sì. Riesci a renderti conto che stai morendo, perché lo dici, poco prima di cadere a terra. Ti dichiarano morto verso le undici e mezza di sera, minuto più, minuto meno. Dicevi di non aver paura di morire, che era come “scendere da una macchina per salire su un’altra“. Io scommetto che, più che altro, non ti è sembrato vero. Dai, non pensiamoci. Raccontare per la milionesima volta dettagli che tutti conoscono è una cosa noiosa per me, per te, per tutti.

Ti scrivo perché volevo dire un paio di cose. Tre settimane prima che ti sparassero davanti grattacielo dove vivevi (bellissimo John, che posto) era uscito (per Geffen Records) Double Fantasy. Lo sai, no? Dopo il tuo quinquennio sabbatico, quello in cui facevi il babbo e chissà che altro, in molti speravano tornassi con un lavoro solista e pezzi come “(Just like) Starting over”, “Watching the wheels”, “Woman” e “I’m losing you” sembrano dare ragione a loro. A questi qua, che un’opportunità a Yoko non l’hanno mai concessa.

La cosa che volevo dirti è che Watching the wheels è una delle tue canzoni più belle. E una che arriva a scriverti una cartolina sentimentale deve evidentemente avere un debole per te, quindi i tuoi brani li ama un po’ tutti. All’inizio del 1980, che poi è l’anno in cui muori (non è che mi piaccia ricordartelo, non ti credere: è che non siamo fra me e te, e ogni tanto tocca dare dei riferimenti a chi legge), il brano aveva finalmente preso il titolo definitivo e tu ne facesti un demo con chitarra elettrica dandogli un ritmo boogie che poi (per fortuna, fammi dire) saltò. Il testo sembra una risposta a chi ti continuava a domandare come mai avessi preso un periodo così lungo lontano dalla musica: “Perché, non esisto se il mio nome non è sui giornali o se non ho un disco in classifica o se non mi faccio vedere nei “club giusti”? Dev’essere la stessa cosa che provano gli uomini di 65 anni quando vanno in pensione e qualcuno arriva e dice loro: “Ehi, amico, la tua vita è finita. Tempo di golf“, commentasti (All We Are Saying, David Sheff).

John, (e scusa se sto continuando a chiamarti per nome come se ci conoscessimo, lo sai com’è: uno si piglia certe libertà, quando l’altro è morto), dicevo, questo tuo modo di rimarcare una specie di “diritto allo startene per i cazzi tuoi” è una cosa che sento mia, e mi sa che non solo la sola. C’è anche chi legge nel testo del brano un’altra delle tue lettere d’amore alla pigrizia o alla stanchezza. E anche qui, ti sono vicina. Dico “un’altra” perché I’m only sleeping (“Eravamo tutti stanchi, ma John ci scrisse su una canzone”, disse Paul McCartney quando componesti il brano) e I’m so tired sono due ‘bandiere’ per noi indolenti. Che poi, di solito, siamo anche insonni. È un circolo vizioso, ma non devo certo spiegarlo a te.

Comunque, alla fine Watching The Wheels la registrasti all’Hit Factory Studio, a New York, il 18 agosto nel 1980. La voce, il 20 settembre. Il mix fu fatto nove giorni dopo. E pensa, poco più di due mesi più tardi è il giorno in cui muori. Il giorno in cui alla radio passano le tue canzoni: la cosa mi infastidisce, sarà gelosia o il fatto che scelgono sempre le stesse. Che vuoi che ti dica. Tra l’altro, fanno anche diversi speciali in tv. Domani sera 8 dicembre ce n’è uno su VH1, canale 67 del digitale terrestre. Sembra niente male anche perché si chiude con John Lennon one to one concert, il live del 1972 al Madison Square Garden.

Erano due, le cose che ti dovevo dire: sai quello che canti in Nobody Loves You (when you’re down and out)? Hai ragione. Ma lo sai già.

Non so come ci si saluta in questi casi, quando uno dei due è morto dico.
Facciamo che ti dico ‘ciao’.