“Avanti con le tasse sulla benzina”. Il governo francese tira dritto e conferma i rincari sul carburante contro i quali ieri la Francia ha assisito al giorno nero dei giubbetti gialli, con scontri dalla Capitale ai confini che hanno provocato una vittima e oltre 409 feriti, di cui 14 gravi e 282 arresti. I disordini continueranno anche oggi: la giornata è iniziata con 40 blocchi sulle autostrade, dopo che in 3.500 manifestanti sono rimasti in azione tutta la notte. Ma tutto questo non è bastato, finora, a piegare l’esecutivo di Macron e ridurlo al passo indietro: “In tema di fiscalità ecologica andiamo avanti sulla traiettoria prevista. Non farlo sarebbe incosciente”, ha detto il ministro della Transizione ecologica, François de Rugy, in un’intervista a Le Parisien, confermando l’entrata in vigore della tassa sul carburante dal 1 gennaio, destinata – nelle intenzioni del governo – a ridurre gli effetti del cambiamento climatico.

Dunque l’Eliseo tiene fede all’impegno di aumentare di 6,5 centesimi il prezzo del diesel, superando così la soglia psicologica di 1,50 euro al litro, mentre la benzina aumenterà di 2,9 centesimi. La Francia è tra i Paesi dove la benzina è più cara in Europa, 1,53 euro al litro (dietro , l’Italia a 1,64). Ma la politica ambientalista del governo viene percepita soprattuto dalla Francia rurale come punitiva della provincia agricola e del ceto impiegatizio che non vive negli arrondissement parigini ma nei centri medio piccoli, nella provincia, e percorre lunghi tragitti in auto per recarsi al lavoro. E dunque, di più sconta le penalizzazioni del caro-benzina. Questo il profilo dei “gilet gialli”, il movimento spontaneo cresciuto in rete che ha portato sabato hanno portato in piazza più di 240 mila persone, con oltre 2 mila blocchi in tutto il paese.

Se il movimento è nato a-partiti, diventa sempre più evidente il tratto politico della protesta che infiamma tutta la Francia. Certificato dal fatto che ha ricevuto il sostegno di molti leader dell’opposizione, dal capo dei Républicains (il partito di Sarkozy) Laurent Wauquiez a Marine Le Pen a Jean-Luc Mélenchon, che nei giorni scorsi hanno parlato di una giusta rabbia del popolo contro il governo. Del resto la popolarità del presidente è ai minimi: Macron ha perso altri 4 punti a novembre, scendendo al 25% dei consensi, il minimo assoluto sotto la sua presidenza, secondo il sondaggio mensile realizzato dall’istituto Ifop per il Journal Du Dimanche (Jdd). Non meglio se la cava il presidente Edouard Philippe, che perde 7 punti scendendo al 34% (a gennaio era ancora al 50%). Per contro, secondo un sondaggio Odoxa, il movimento è sostenuto dal 74% dei francesi, al grido  “dimissioni”. L’inquilino dell’Eliseo per ora non risponde, ma lo fa il ministro de Rugy. “Siamo stati eletti per risolvere i problemi che ci eravamo lasciati alle spalle e continueremo a farlo senza sosta. Bisogna assolutamente uscire da questa trappola delle auto, del petrolio e del diesel in cui ci siamo rinchiusi da troppo tempo”, ha spiegato. “C’è un’attesa molto forte di risultati, che è molto difficile da soddisfare in 18 mesi. E non è certo capitolando davanti alle difficoltà che riusciremo a farlo”. La tensione, nel frattempo, resta alle stelle.