I clan malavitosi hanno “sfruttato” la sanatoria per l’emersione del gioco online, varata dal governo Renzi con la Legge di Stabilità 2015, per diversificare l’offerta del settore delle scommesse telematiche e creare attività lecite che coprissero quelle illecite. Lo stesso punto vendita, “sanato”, continuava a destinare parte delle quote incassate sul canale illecito, assicurando vincite più elevate. Emerge dalle carte dell’inchiesta coordinata dalla Direzione nazionale antimafia che ha portato a 68 arresti in tutta Italia e al sequestro di conti off-shore e attività illecite per oltre 1 miliardo di euro. Come i clan pugliesi, siciliani e calabresi abbiano colto l’opportunità normativa, lo ha raccontato nel giugno scorso Fabio Lanzafame, il pentito che ha contribuito alla svolta nelle indagini. “In sostanza – si legge nell’ordinanza emessa dalla Procura di Reggio Calabria – le famiglie mafiose traevano grandi vantaggi dalla commercializzazione di brand secondari ed in cambio il vettore aveva libertà di azione ed espansione commerciale con quelli principali”.

IL CONDONO – Ma come funzionava, nello specifico, questa sanatoria? In pratica, la disciplina introdotta nella Legge di Stabilità 2015 (e confermata nel 2016) consentiva ai soggetti aderenti alla regolarizzazione fiscale per emersione di essere equiparati ai preesistenti concessionari dello Stato “superando così ogni questione di compatibilità del sistema nazionale” rispetto ai principi comunitari. In questo modo, è stato possibile sanare i punti vendita dei concessionari stranieri che hanno potuto svolgere l’attività di raccolta anonima e da banco di giochi e scommesse, depenalizzando le condotte antecedenti. Il condono avveniva attraverso il pagamento di 10mila euro a punto vendita, “prezzo della regolarizzazione fiscale”, che – come documentato dalle inchieste – i clan malavitosi si sono curati di pagare in favore degli imprenditori e dei bookmakers. Una sanatoria solo fiscale, va specificato, che non ha impedito agli investigatori di perseguire gli eventuali reati. Il pentito Lanzafame, ad esempio, ha illustrato ai pm “la sua scelta di approfittare dell’adesione di Sks 365 (coinvolta solo fino al 2017, ndr) alla procedura di emersione, prevista dalla Legge di stabilità del 2015, per liberarsi delle reti commerciali infiltrate dalla criminalità organizzata, mantenendo quelle ‘pulite’, incominciando ad illustrate il metodo che ha adottato in quel frangente”.

I CANALI PARALLELI – Le strutture commerciali affiliate, anche dopo la sanatoria 2015, hanno continuato a raccogliere le puntate su giochi e scommesse, convogliandole sul sistema on-line, attraverso l’intermediazione garantita dai gestori dei punti vendita. Questa attività illecita ha consentito al vettore di sottrarre milioni di giocate (e milioni di euro) al fisco, approfittando dalla possibilità che, di lì a poco, il bookmaker estero avrebbe avuto di essere obbligato soltanto a comunicare all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli i dati delle totale delle puntate raccolte. Le attività parallele, lecita e illecita, venivano svolte dallo stesso banco, come si evince in un caso esemplificativo, relativo alla richiesta fatta da una sala scommesse di Roma (quartiere Colleverde), dove il titolare ha chiesto a uno dei collaboratori di giustizia di farlo rientrare all’interno dei mille diritti concessi a Sks365 in seguito alla sanatoria. L’agenzia in questione “una volta che prende la concessione e può giocare da banco raddoppia pure”, lasciando intendere “che la sala, dopo aver ottenuto un diritto Planet per la raccolta terrestre, può aumentare gli utili tramite il doppio canale (attività “terrestre” e raccolta tramite il sito ‘.com’)”.

IL PRECEDENTE DEL 2013 – Non è un caso che nel 2016, quando venne certificato il “flop” del condono fiscale – fu registrato dalle casse dello Stato il recupero del 20% del previsto – la commissione Antimafia presieduta all’epoca da Rosy Bindi chiese di “smetterla con i condoni”. Anche perché già nel 2013 il governo Letta varò un provvedimento beffa, in quel caso sulle slot-machine. Pochi mesi prima, la Guardia di Finanza aveva comminato a dieci concessionarie una multa di 2,5 miliardi, accusandole di aver eluso la bellezza di 98 miliardi di euro. In seguito, i concessionari si ritrovarono a dover rimborsare “appena” 857 milioni in tutto.