“La miniera di Collingsworth caricò il suo primo vagone di carbone la terza settimana di giugno. La voce risalì lungo il fiume, diffondendosi in tutte le anse del torrente (…) Una mattina, alle tre, suonò la sirena a vapore della Hamlin. Il fragore degli esplosivi fatti brillare fece tremare Boone’s Fork, attraverso He Creek e She Creek, facendosi sentire anche su per le colline della regione del tratto superiore del Kentucky River. Per la prima volta dopo otto mesi, un turno di uomini scendeva nelle miniere”.

Fiume di terra, di James Still (traduzione di Livio Crescenzi, Mattioli 1885), è considerato negli Stati Uniti come un testo necessario per capire le condizioni dei minatori e della popolazione povera del Kentucky durante la Grande Depressione. Uscito pochi mesi dopo Furore, di John Steinbeck, il romanzo narra, attraverso gli occhi di un bambino, le vicende di una famiglia, i Baldridge, che sopravvive a stento coltivando la terra o scendendo nelle miniere di carbone. Onirico, poetico, iperrealista: quello che esce da questa straordinaria opera è un affresco che trasuda sudicia bellezza. Il nero del carbone e l’aria inquinata si mischiano ai colori sgargianti della natura e ai profumi della cucina povera. James Still racconta il naufragare senza scampo di una comunità agricola devastata dall’industrializzazione. Un mondo martoriato circondato da bellezze naturali e da ritualità antiche, un piccolo universo di gente misera, alla costante ricerca di una terra promessa, nonostante gli spostamenti si limitino a qualche miglia. Trasferimenti scanditi dal ritmo delle stagioni e dalle notizie delle aperture e chiusure delle miniere.

La scelta del narratore, non ancora adolescente, in prima persona trasmette ingenuità, bellezza e autenticità a un’opera che potrebbe essere vista come una performance teatrale di una condizione umana, una narrazione dove non mancano la speranza e la dolorosa metabolizzazione dei lutti della vita: “A Blackjack le miniere erano state chiuse di nuovo e Papà aveva preso in affitto una fattoria che sorgeva sui monti che salivano dalla foce del torrente Flaxpatch, su fino a Little Angus. Ci trasferimmo nella fattoria durante una gelata di marzo, e in quella settimana il piccolo morì di laringite difterica”.

Country Dark, di Chris Offutt (traduzione di Roberto Serrai; Minimum Fax) è ambientato a pochi chilometri di distanza da dove si muovono i protagonisti di Fiume di terra. È il Kentucky degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, diventato – o forse tornato a essere – una terra isolata e aspra. Tucker, ex combattente della guerra in Corea, torna nei luoghi dove è cresciuto, stordito dalla disciplina del campo di battaglia che lo ha fatto diventare una sorta di macchina bellica adatta a sopravvivere in qualsiasi situazione: “La sanguinella aveva già perso i fiori, ma l’albero di Giuda offuscava ancora la fila degli alberi più bassi. Evitò le strade, attraversando i campi aperti di canapa e bardana. Ogni tanto uno steccato lo avvertiva della possibilità che ci fosse qualcuno. Seguì una pista per cervi, rimpiangendo di non avere un fucile. Si tenne a sudest, e arrivò a un sentiero sterrato che portava a una strada lastricata di pietre di torrente. A mezzogiorno si riposò all’ombra di un boschetto di querce. Aveva quasi finito le provviste, ma sarebbe andato tutto bene. Chi non riusciva a sopravvivere nei boschi non meritava neppure di respirare”.

Tucker salva una ragazza dall’aggressione dello zio, sbirro di campagna. Insieme a lei si costruisce una stamberga sicura, si mette alle dipendenze di un contrabbandiere di alcol, difende i propri figli dalle grinfie degli assistenti sociali, si sacrifica per la sua famiglia, conosce la galera, la disonestà, ricerca, suo malgrado, un senso estremo di pace. A tratti sembra che Offutt abbia preso a piene mani elementi descrittivi di Still: pasti a base di scoiattoli uccisi a fucilate, anziane donne che vagano nella notte, miniere di carbone abbandonate, discendenti della famiglia Baldridge con altri cognomi e altre sfortune.

Ma quello che rende unico questo romanzo è la sua devastante capacità di raccontare violenza e dolcezza quotidiana. Uno sputo grumoso di tabacco al manifesto del sogno americano e alla sua virilità posticcia. Una scrittura diretta, secca, ermetica, capace di aprire insperati momenti magici circondati da un panorama di desolazione, malformazioni e ottusità. “C’erano due diversi Kentucky, a est e a ovest, uno tutto strade sterrate e l’altro asfaltato. Lei col suo lavoro stava sempre a cavalcioni”.