Era lì dalla fine degli anni Ottanta, quando l’Italsider tornò ad essere Ilva. Dal 2012 è finita ovunque, simbolo di quell’indagine che ha travolto la famiglia Riva e scoperchiato l’inquinamento su Taranto. Dal 7 novembre, non c’è più. Perché da quando la procura di Taranto decise di scoperchiare quell’Ambiente svenduto, come i magistrati ribattezzarono l’indagine, l’Ilva è andata sempre più a picco fino alla cessione ad ArcelorMittal.

Quelle quattro lettere che hanno rappresentato le contraddizioni di Taranto, tra lavoro e inquinamento, sono state smontate per lasciare posto all’insegna della nuova società. Campeggiavano sulla facciata della direzione dello stabilimento siderurgico di Taranto da quasi trent’anni. In amministrazione straordinaria dal 21 gennaio 2015, il 1° novembre scorso Ilva è entrata ufficialmente a far parte del colosso dell’acciaio mondiale, nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e dell’inglese Mittal Steel e guidato da Lakshmi Mittal, attraverso AM Investco Italy, un consorzio partecipato per il 94,4% da ArcelorMittal e per il 5,6% dal gruppo Intesa Sanpaolo. L’azienda ha dunque cambiato il nome in ArcelorMittal Italia: l’amministratore delegato è Matthieu Jehl, che mercoledì ha presentato alla stampa il piano industriale e ambientale e la squadra dei manager.

Lo stabilimento siderurgico di Taranto fu inaugurato nel 1965. Prima sotto l’insegna Italsider, poi Nuova Italsider, Ilva ed ora ArcelorMittal. Il polo è stato sotto la gestione pubblica con le Partecipazioni Statali e l’Iri, poi nel 1995 fu ceduto al privato con l’avvento del gruppo Riva. Dopo il sequestro degli impianti dell’area a caldo del 2012 c’è stata la gestione commissariale e successivamente l’amministrazione straordinaria, che condivide una gestione mista con Mittal in vista della definitiva cessione.

Negli scorsi giorni, la nuova azienda e Ilva in amministrazione straordinaria hanno inviato le lettere ai dipendenti per comunicare chi era transitato in ArcelorMittal e chi in rimane in cassa integrazione. Con i sindacati che hanno segnalato “gravi anomalie” nella scelta degli esuberi. L’azienda si è difesa e anche ieri Jehl ha detto: “Abbiamo rispettato tutti i criteri selettivi dell’accordo del 6 settembre. Se ci sono anomalie, parleremo con i partner, con i sindacati e i lavoratori, per trovare una soluzione”.